martedì 3 gennaio 2017

Buoni da mangiare.

Osservo la fila di lampioni nella notte, riesco a contarne ventuno prima che un’altra puttana bussi al finestrino. È la terza nel giro di cinque minuti, ma questo è il Mirabello, meglio noto come l’Onu del sesso.
Per la strada trovi nigeriane, slave e qualche italiana, negli appartamenti ci sono tutte le altre nazionalità; se hai abbastanza soldi puoi fare il giro del mondo in ottanta marchette.


Il rosso dei capelli è il frutto di una tinta scadente per coprire il castano scuro, di cui si vede la ricrescita. Ha la pelle diafana, così tesa da squadrarle ogni curva del volto, col poco che le è rimasto addosso sembra il fantasma di uno scheletro.

Fuori ci saranno un paio di gradi, ogni respiro si trasforma in vapore.
È vestita con un top di cotone liso di un colore che oscilla tra l’arancione e il giallo. La avvolge come un sudario e si gonfia appena sul seno piccolo e avvizzito. Non riesco a vederle le pupille, ma è chiaro che trova la forza per fare ed essere quello che è, solo digerendo ogni droga conosciuta.


- Bello, tu cerca compagnia? - dice e mi lancia un bacio. La sua voce supera a fatica il vetro del finestrino. Sorride, poi controlla l’abitacolo e si sofferma sulla valigia nel sedile posteriore.

Prima di cacciarla, fisso la sua bocca per un paio di secondi. Il rossetto è troppo rosso, steso di fretta e spalmato anche sui denti, ma non è questo il dettaglio che me la fa desiderare.


Vorrei farmelo un giro con questa, se avessi i soldi, chiaro.
Scuoto la testa, ma rimane in attesa.
– Vattene affanculo, - urlo.
Mi mostra il dito medio e torna a passeggiare sul marciapiede. Si sistema la minigonna rosa tirandola verso l’alto e scopre un livido violaceo sulla coscia. Quel che resta delle gambe balla dentro un paio di stivali neri.  

E pensare che un tempo il Mirabello era un posto rispettabile.
Questo lo so perché ci sono cresciuto.
Un groviglio di asfalto e cemento costruito attorno alla statale, giusto a un tiro di sputo dalla zona industriale. Venuto su dal nulla nei favolosi anni ’60, un nido ospitale per tutti quelli che nutrivano l’ambizione di essere carne da fabbrica.


Mio padre ci arrivò quando era un ragazzino. Nemmeno il tempo di sognare ed era già davanti a un tornio. Dieci anni dopo ha riempito la morosa. Dopo altri dieci anni, grazie al mutuo, è uscito da un buco al terzo piano per seppellirsi in una catapecchia in collina.

Sono tornato dove tutto è iniziato.
Lascio perdere la conta dei lampioni, mi concentro sui graffiti. Nessun colore, solo scritte nere. Grammatiche stentate che dichiarano amori eterni già scaduti. Altre gridano rabbia verso il sistema, gli extracomunitari e tutto quello che si può odiare senza troppo impegno.


Il sedile mi inchioda in una posizione scomoda e le gambe tremano per il freddo. Vorrei accendere il motore, scaldarmi un po’ ma sprecherei benzina.
Un lusso che non posso permettermi.

Controllo il cellulare. Tutto tace, ma so che la chiamata arriverà.
Una macchina si ferma e carica Tanja, così ho ribattezzato la rossa di poco fa.
Mi stringo nel giubbotto, batto i piedi sul tappetino e chiudo gli occhi.

*

La suoneria mi penetra nel timpano, svegliandomi. Prima di rispondere, controllo l’ora; sono le dieci e trentatré minuti.
Una sola tacca di batteria e la parola Papà riempie il display.
Deve aver notato lo scherzo che gli ho fatto.
- Pronto? – La mia voce impastata è un sussurro.
- Ascolta, - non inizia nemmeno a parlare che già comanda – ma dormivi?
- Sì.
- Qualcuno qui mi ha bucato tutte le gomme, vienimi a prendere.
-Dove sei?
- Viale Ceretti alle slot.
Resto in silenzio un attimo.
- Quando arrivi, vieni dentro, hai capito?
-Sì.
- Datti una mossa.
Chiude la comunicazione.
Certo che mi muovo, penso e lascio cadere il cellulare sul sedile passeggero. Mi allungo verso il cassettino, tiro fuori la pistola. Mentre l’accarezzo sento un brivido sulla nuca. Forse sono vivo, ma non ne sono sicuro.

 
La sala slot è a soli due isolati. Calcolo quanto tempo ci impiegherei per arrivare sino a qui se partissi da casa.
Mezz’ora circa, se ancora ci vivessi in una casa.
Sono due giorni che la macchina è la mia dimora e la valigia contiene tutto quello che ho; un paio di stracci, uno spazzolino, un rasoio e nient’altro.

Circa un anno fa è scaduto il mio ultimo contratto a tempo determinato, poi è evaporata qualunque occasione di mettere assieme un po’ di soldi. Ero iscritto a tutte le agenzie interinali, ma non mi hanno mai chiamato. Ho spedito migliaia di curriculum perfetti e ho sostenuto qualche colloquio brillante. “Le faremo sapere”, “la richiamiamo noi” e “cercavamo un’altra figura da inserire”.
Nessuno assume un quarantenne.

 
Mia moglie non era molto contenta. Cercava di tirare avanti con un sorriso fasullo, ma i pochi soldi che guadagnava lei non bastavano mai. Inoltre, aveva paura di perdere anche il suo lavoro e si consumava nel masticare sempre la preoccupazione di non riuscire a dare un’infanzia serena a Elena, la nostra bambina. Nei primi mesi i rimproveri erano truccati da incoraggiamenti, ma tra noi la distanza aumentava.
 
Vivevamo in un trilocale e riusciva a sfuggire a ogni contatto.
Arrivò a rinfacciarmi tutto, così finii a dormire sulla poltrona in cucina.
Lei aveva ragione, io non avevo una soluzione.
Elena cresceva, ma non abbastanza in fretta per decifrare i continui litigi. Ci chiamarono dall’asilo per informarci che la bambina era “agitata”.
Volevano sapere se ci fossero problemi a casa.
Provai vergogna nello spiegare la situazione alla maestra, una donna grassa e annoiata.

*

Un'altra puttana bussa al finestrino. Questa è nera, dolce quanto la morte, pericolosa come la felicità. Mima un gesto con la mano e la bocca, poi strofina il pollice e l’indice.
Sorrido.
– Magari, ma non ho i soldi – dico, mostrandole la pistola.
Si allontana, corre in mezzo alla strada senza calcolare il rischio di finire stesa su di un cofano.

Sono passati solo dieci minuti. Ho la bocca asciutta e la voglia di fumare mi tormenta. Dalla tasca laterale della portiera prendo il pacchetto, so già cosa aspettarmi; una sigaretta solitaria e delle briciole di tabacco. Non posso accenderla, non devo “bruciarmela” così, la fumerò dopo.
Avrei dovuto insistere, contrattare sul prezzo della pistola e avanzare i soldi per un pacchetto.


Quando Lucia mi ha buttato fuori di casa non sapevo cosa fare; decisi di tornare dai miei.
Fu un grosso sbaglio.
Appena arrivato, ancora prima di riuscire a parlare, mio padre si limitò a dire: “Ha fatto bene Lucia a metterti in mezzo alla strada, ma almeno lo cerchi un lavoro?”.
Mia madre fissava la televisione, fingendo di seguire l’ennesima trasmissione idiota.

Come sempre, partì la sfuriata. “Alla tua età, io avevo un lavoro, mi ero già comprato una casa e guadagnavo bene io, tu invece? A me, Giovanni Spelletti, nessuno mi ha mai aiutato, nossignore, i soldi me li sono fatti lavorando e risparmiando. Tu invece vieni ancora qui a chiedere. Guardati, hai studiato, sei anche andato all’università, per cosa? Perché non avevi voglia di far niente. Ma non ti vergogni a essere mantenuto da tua moglie? Ma quand’è che ti decidi a crescere e diventi un uomo?”
Tra una domanda è l’altra arricciava le labbra come se azzannasse un limone sotto aceto, aggrottava le ciglia sino a unirle.

 
Alzava la voce soprattutto per farsi sentire anche dai vicini.
Sino a quando il grand’uomo si ammazzava di lavoro, tornava tra le mura domestiche per criticare tutto e tutti senza distinzione, mangiare e dormire. Da quando l’hanno messo a riposo, le cose sono cambiate; continua a criticare ma passa il suo tempo a giocare ai videopoker, spendendo in una settimana quanto Lucia guadagnava in un mese.

Abbaiava il suo disprezzo di continuo, santificando la sua vita e tutto quello che possedeva; sottolineava la mia pochezza esaltando la sua dedizione al lavoro, la sua pensione, la sua casa e i suoi soldi.


Un paio di volte cercai di rispondere, ma dalle sue spalle mia madre faceva segno di tacere, di “lasciarlo parlare”.
Credo che fu dopo un ennesimo muto “stai zitto” che mi venne l’idea della pistola, le gomme e tutto il resto.

Quando sprofondò nel silenzio, come se l’offeso fosse lui, mi allontanai per andare al bagno e fare una deviazione nel primo cassetto del comò nella loro camera da letto. Il luogo dove la continua apprensione di mia madre, quella di rimanere senza soldi, aveva la forma di 350 €. Nascosti “perché non si sa mai” e sottratti sotto il naso a mio padre.
Me li infilai in tasca.
Ladro io, ladra lei.
Me ne andai inventandomi un ritorno a casa, da mia moglie e mia figlia.

Al Mirabello non c’era solo carne da fabbrica disposta a sopportare. Qualcuno aveva alzato la testa per inclinazione o per passione e negli anni settanta aveva nascosto del piombo dietro a un simbolo e una bandiera.

I più veloci avevano impiegato vent’anni a coprire il percorso di andata e ritorno dal quartiere alle carceri.
Tutti quei viaggiatori li potevi trovare parcheggiati al vecchio bar, indecisi se vuotare i caricatori o le bottiglie di rosso.
Dopo qualche chiacchiera e una manciata di ricordi, mi ritrovai tra le mani una pistola.

*
Mancano cinque minuti. Li passo osservando la Beretta; anche se è mia coscritta, sembra in buono stato. Spero solo che funzioni quando ne avrò bisogno.
Con la coda dell’occhio vedo arrivare un’ombra. Questa volta è un uomo, nero come l’ultima puttana, ma non sembra interessato ad adescarmi.
Colpisce la portiera con un paio di calci e blatera parole che non capisco. Cerco di reagire ma nella sua mano compare una pistola molto simile alla mia.
- Hai minacciato una delle mie donne? – urla e mi punta addosso l’arma.
Il vetro non è antiproiettile.
Potrei essere un uomo morto.
Alzo le mani.
- Sparisci, prima che ti ammazzi.
Obbedisco, accendo l’auto, parto.

Dopo trecento metri, sterzo a destra e imbocco Viale Ceretti. L’insegna blu della sala slot infetta le tenebre.
La Fortuna. Aperto 24h.
Un piccolo fabbricato di un piano incastrato tra due palazzi. Il supermercato di quartiere ha ceduto il posto e l’anima a delle macchinette, moquette verde e quadri astratti alle pareti.
Il parcheggio è sul retro. Conto una decina di utilitarie e un bidone dell’immondizia. Mi fermo vicino alla sua.
Coglione, non sono bucate le ho solo sgonfiate penso, osservando le gomme a terra.

L’auto è una Fiat qualunque, come ce ne sono tante. Lui ne parla come se fosse una fuori serie, la cura lavandola e pulendola almeno due volte la settimana.
Un giorno riuscirà a farla arrugginire a forza di lucidarla.
Ripongo la pistola nella tasca della giacca, scendo.
Ormai devi ammazzarlo, ma prima devi farlo soffrire. Ripenso a tutte le volte che mi ha criticato inutilmente, che mi ha punito solo perché non sapeva cosa fare, per come ha sempre deriso me e tutto quello che ero.

La porta si apre su un mondo buio, rischiarato da luci soffuse e schermi colorati. I suoni elettronici compongono una sinfonia di rumore che sale di un tono quando qualche euro viene vomitato fuori.
Alla cassa c’è Marisa, una mora in carne avanti con gli anni. Non alza nemmeno la testa, mi indica la direzione.
Mio padre è in piedi, vicino a uno sgabello. A fianco della pulsantiera c’è il solito bicchiere di cartone con dentro un piccolo tesoro in monete.

- Allora, -  mi avvicino, cerco di entrare nel suo campo visivo.
Fissa il monitor sino a quando le ultime due file di combinazioni non smettono di girare. Nei nove quadrati si alternano vecchie pistole del far west, stelle da sceriffo, diligenze, busti di indiani con copricapo piumato, locandine wanted, un cavallo e un cactus, ma tutti questi simboli non valgono nulla.
Preme un pulsante e il giro ricomincia.
- Quanto giochi? - chiedo, cercando di distrarlo per un secondo.
- Cosa te ne frega, - risponde senza nemmeno voltarsi – sono soldi miei e li spendo come voglio, hai capito?
Aspetto che sia lui a parlare. Apre la bocca solo dopo avere infilato almeno venti euro.
- Cazzo, è piena, ma perché non paga? –  si sfoga con un pugno a uno dei pulsanti.
- Qualcuno, - prosegue – mi ha bucato le gomme, se lo becco gli spacco la faccia. Mi devi portare a casa.

Una volta era grosso, faceva paura, ma adesso non è più da fabbrica, è carne vecchia. Non spaventa più nessuno da quando la pancia gli occupa due taglie dei pantaloni e i capelli sono sempre più bianchi.
La faccia gli sta colando via, le guance gli si sono allungate, la pelle casca rettilinea verso il basso.
Sembra l’unico a non essersi accorto che gli anni lo stanno devastando.
- Andiamo?
- Aspetta, faccio ancora un giro - altre venti monete spariscono nella macchinetta.
Osservo il bicchiere, potrebbero esserci poco più di cento euro.
- Domani Lucia si deve alzare presto, possiamo andare via subito, – mento e lascio passare un secondo, poi sento i suoi occhi su di me e proseguo- per favore?

Mi guarda come se lo avessi insultato. Scuote la testa e continua a giocare.
 

Dopo una decina di minuti si decide. - Andiamo, va – e si dirige verso l’uscita.
Passa davanti alla Marisa, si limita a un cenno con il capo ed esce infilando il bicchiere sotto la giacca.
- Ma non li cambi?
- Fatti i cazzi tuoi. Ma quand’è che ti decidi a tenerla pulita? – dice, avvicinandosi alla macchina.
Da quando è nato adotta la solita strategia di difesa; se lo critichi, risponde male e contrattacca.
Estraggo la pistola e la punto verso di lui. – Ora, - dico con una calma che non credevo di possedere – appoggi il bicchiere sul tettuccio e ti sistemi nel baule.
Gli lancio le chiavi.
Le lascia cadere.
- Ma vai a cagare, vuoi che venga lì a picchiarti finché non diventi furbo, eh?
- Fai quello che ti ho detto.


La mano mi trema, sento le nocche intorpidirsi per quanto stringo la presa.
Abbandona il bicchiere sul cofano, poi mi guarda e ride. – Ma sei scemo? Se vengo lì ti faccio male – avanza deciso e mi tira uno schiaffo.
Rispondo subito. Lo colpisco con il calcio della pistola da qualche parte sulla testa.
Crolla a terra.
Faccio sparire la Beretta nella tasca, mi guardo attorno. La luce del lampione rimbalza sull’asfalto umido e brilla in ogni piccola pozzanghera.
Respira, significa che è ancora vivo.
Per ora.

Sulla tempia c’è del sangue.
Mi prendo il suo cellulare, massaggio la guancia e gli sputo addosso.
Afferro le chiavi, mi tolgo la cintura e gli lego i polsi.

*

Per tutto il viaggio non ha dato segni di vita. Amo scorrere lontano dal traffico, percorrere strade deserte che mi diano l’illusione di fuggire lontano dalla vita, dai problemi, da questa città.

Senza scegliere la direzione, sono arrivato davanti alla fabbrica in cui ha sprecato i suoi giorni. Ogni sera a cena parlava del suo lavoro, di come migliorarlo se solo gli avessero dato retta, di quanto erano stupidi i suoi colleghi. Tesseva elogi alla sua furbizia quando riusciva a fregarne qualcuno. Raccontava di come non credesse a tutte quelle balle di scioperi e proteste varie; lui preferiva avere i soldi in busta che belle parole sui diritti dei lavoratori.


Cinque anni dopo averlo messo a riposo, la ditta si è trasferita in Romania, poi in Polonia, sino ad arrivare in Cina dove produce le stesse cose, ma a un costo minore.
Tutti i capannoni che non sono stati convertiti a call center, sono stati abbandonati e violentati dai teppisti.
Di tutto quell’affannarsi non è rimasto nient’altro che briciole velenose.

Spengo il motore. Mi sfrego la radice del naso e sento tutta la stanchezza del mio corpo, della mia mente.
Vorrei morire per quanto mi sento inutile.

*

Apro la portiera e inspiro l’aria fredda; la sento scivolare nei polmoni mentre osservo il cielo stellato.
Nelle orecchie sento riecheggiare l’Inno alla Gioia di Ludwig Van Beethoven.
Questa è la vita? La libertà di morire felice, dopo aver perso pezzi di cuore e averlo sentito sanguinare sino all’ultima goccia?
Dal retro arriva un colpo secco. – Tirami fuori di qui, subito! – urla, scalcia.
Sospiro, chiudo gli occhi.
- Calma vecchio.
Prendo il bicchiere con le monete e scendo dall’auto stringendo il ferro. Per una vita ho letto libri noir, non pensavo di finirci dentro. Non è per una questione di soldi, di amore per una donna pericolosa o per vendicare un amico, ma è solo per disperazione che sono qua.
Apro il portellone.
– Scendi.
- Ma che cazzo stai facendo? Io ti ammazzo e ti… - Non lo lascio finire, gli infilo la Beretta tra la testa e la spalla e premo il grilletto.
Il rumore dello sparo deve averlo assordato.
Non emette più un rumore. La ruota di scorta sotto di lui si sgonfia con un sibilo acuto. È immobilizzato e ha paura di morire.
Le lacrime nei suoi occhi me lo confermano.


-Fai quello che ti dico, altrimenti ti ammazzo qui, capito?
Scuote la testa e si protegge il viso con le mani. Afferro la cintura sui polsi, lo strattono urlando a squarciagola.
- Avanti, scendi.
Esegue l’ordine. Appena vede la sua amata fabbrica inizia a singhiozzare.
- Hai visto dove siamo? - Lo spingo con una pedata. Lo guardo rotolare a terra.
-Adesso, dov’è il grand’uomo che sei?
Striscia, con me che lo prendo a calci nelle costole, solo per dargli fastidio.
-Avanti, alzati – dico, quando mi sono stufato di tormentarlo.
Arranca verso l’ultima destinazione.


L’interno è un coagulo di cemento avvolto dal nulla. L’aria è appesantita da un forte odore dolce di marcio. Poco distante vedo la carcassa deformata di un grosso cane.
-Inginocchiati, - dico, mentre mi avvicino all’animale.
Copro il naso con la mano e mi fermo quando gli occhi iniziano a bruciare.
Era un labrador.

Ha scelto di venire a morire in questo posto. Al collo porta un collare blu, da cui pende una medaglietta. Si chiamava Isaac, come Isacco, quel figlio che doveva essere sacrificato per la fede. Una delle zampe è piegata in un modo innaturale e dalla carne sbuca un osso.
Forse non ha avuto troppa fortuna nell’attraversare la statale.
Sento un fruscio provenire dal suo corpo e capisco tutto.
Siamo solo un pasto per i vermi.

La carne della mia carne è inginocchiata, scuote la testa e riprende a parlare.
– Cosa vuoi fare? – si guarda attorno in cerca di una via di fuga– Lasciami andare, non puoi uccidermi, sono tuo padre.
- È proprio per questo motivo che ti ucciderò.
- Pensa a Lucia e Elena, come faranno senza di te?
- Lucia mi ha sbattuto fuori di casa, ha scelto Elena e ha fatto bene. Se la caveranno senza di me.
Non provo nessuna emozione, sono impermeabile ai sentimenti. Tra me e Isaac non sembra esserci molta differenza.
- Posso darti dei soldi, tutti i soldi che ho ma ti prego, non farlo.
Eccolo, non mi ha deluso, alla fine è arrivato a parlare di soldi.
- I soldi mi servivano prima, ora non so che farmene, - prendo un euro dal bicchiere vicino ai miei piedi e glielo mostro: - mangialo.

Lo avvicino alla sua bocca. Scatta in avanti e cerca di mordermi. Sento le sue labbra sul dorso della mano, i denti sono scivolati sulla mia pelle imbrattandola di saliva.
No, non ci siamo capiti, - sorrido – se ti mangi i soldi, ti lascio andare.
La mia menzogna illumina i suoi occhi.
Cerca di ingoiare il primo, ma lo sputa almeno un paio di volte per via dei conati di vomito.
Ho tempo e pazienza, non c’è fretta.
La moneta gli gira in bocca un paio di volte, poi deglutisce. Strabuzza gli occhi e tossisce.
- Bravo, ne devi ingoiare un altro, sei pronto?
La scena si ripete, ma a ogni giro ci sono meno problemi; il peso dell’esperienza.

Quando ne ha mandati giù undici, si rifiuta di continuare.
-Se non li finisci, - scuoto il bicchiere – non ti alzi da tavola.
Si mette le mani in bocca e cerca di vomitare.
- No? Allora, resterai qui!
Vado alle sue spalle, gli appoggio la pistola sulla nuca.
- Sei pronto?
- No, non farlo, ti prego – dice con la voce rotta dal pianto.
- Tu, ti sei mai fermato con me?
- Ti chiedo scusa, ti prometto che non…
Premo il grilletto. Buona parte della sua faccia finisce per imbrattare il pavimento.
È morto.
 
- Tranquillo, arrivo subito Isaac, io e il grand’uomo qui ti terremo compagnia.
Apro la bocca, inserisco la canna della pistola, ma è calda e mi scotta il palato.
- Cazzo, - controllo con la lingua i danni.
Niente di grave.

*

Volevo spararmi, non ci sono riuscito. Anche da morto mi perseguita con le sue parole, forse aveva ragione lui, è vero che non sono capace di fare nulla, che non sono un uomo.
Prima di andare via ho seppellito Isaac, non meritava di marcire all’aria aperta.
È l’una, ho le mani sporche di terra. Sono tornato al punto di partenza, parcheggiato lungo uno dei tanti viali del Mirabello.


Mi sono fumato l’ultima sigaretta e aspetto che qualcuno venga ad arrestarmi.
Una macchina si ferma e scende Tanja. Lei si risistema la gonna, cerca di dare un senso ai capelli ed estrae il rossetto dalla borsetta. Prima di passarselo sulle labbra, mi vede e sorride.

Tiro giù il finestrino e le faccio cenno di avvicinarsi.
- Tu cambiato idea, aspettava me?
Le porgo il bicchiere di cartone con gli euro. – Posso pagarti solo con questi, ma- lo mostro in modo che possa vedere il contenuto – devi rispondere prima a una domanda.
- Dice a me.
- Sei malata?
- Io no, - scuote la testa – nigeriane malate Aids, no io.
- Dimmi la verità, ho avuto una giornata difficile e smettila di raccontare bugie, non mi servono più.
Lei ci pensa un attimo, poi annuisce. – Se però tu mette profilattico, no ammala.
-Sali.
Al suo arrivo il fumo nell’abitacolo viene spazzato via da un misto di sudore e profumo scadente. Le rovescio le monete sulle gambe. – Per questa miseria, lo faresti senza protezione? – allungo una mano e prendo il necessario per un pacchetto di sigarette.
-Protezione?
- Preservativo.
- Perché tu vuole così? – Con le sue mani piccole afferra delle manciate di euro e li getta nella borsetta.
- Dovevo farla finita, ma non ne ho avuto il coraggio.
- Bene, andiamo, – risponde senza pensarci troppo.
Tanja è discreta, le interessano solo i soldi.

Inizio il mio ultimo viaggio, percorro l’unica strada che mi porterà davvero lontano dalla vita, dai miei problemi e da questa città.
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