venerdì 17 novembre 2017

Non ho capito.


Avevo intenzione di scrivere un certo tipo di delirio ma avrebbe rubato troppo tempo all’homo ieiunium, l’essere umano veloce che consuma centinaia di post al secondo, così ho preferito mettere in fila parole come se avessi corso a perdifiato e, per non farmi mancare dei like, sotto aggiungo anche la foto di un gattino!


Posso benissimo sacrificare contenuti e approfondimenti, tanto quelli interessano solo a me che li scrivo.

Tutti noi ormai viviamo più nel virtuale che nel reale - se così non fosse nemmeno sapreste dell’esistenza di Mirko Giacchetti - e ho notato che non leggiamo i post chilometrici e decidiamo se lasciare o meno il pollice alzato solo guardando un’immagine.

Dato che viviamo in costante moto di accelerazione, faccio fatica a capire perché molti si ostinino ancora a leggere i romanzi.

Mi spiego, non ho nulla contro la lettura. In fondo sono uno che preferisce molto di più scorrere l’indice di un libro di dinamica dei flussi che avere a che fare con alcune persone, ma non riesco a trovare la soluzione al paradosso in cui ci troviamo dentro con mani, piedi, testa e pregiudizi.


Esistono alcuni lettori che consumano centinaia di “pensierini social” al minuto ma che non leggono racconti perché… troppo brevi!

Ehm, c’è qualcosa che non funziona ma, anziché perdere tempo con problemi stupidi, mi sono letto una serie di racconti.

Con molto piacere, torno a parlare della collana Miskatonic per svariati motivi. È un’ottima vetrina per gli autori italiani ed è curata da Andrea Gibertoni e Giulia Cigni.

Due veri fuoriclasse della letteratura horror, nonché i gestori della mitica libreria Miskatonic University in quel di Reggio Emilia.


Veniamo al dunque.

Il primo della lista è Angelo Berti con Heterochromia. Una narrazione essenziale che scaraventa il lettore nel morboso legame che avvinghia Lui e Lei. Il racconto riduce al minimo indispensabile i dettagli e le ambientazioni ma non è affatto una mancanza, l’autore gestisce al meglio l’alternarsi dei due protagonisti al punto che vorrete solo sapere come va a finire.


Vanity Press di Samuel Marolla ci porta nei meandri più oscuri della Black Mark Press, gestita dall’esimio Mordo Sarastro. Un editore che non vale la pena di incontrare e con cui è meglio non firmare alcun contratto di pubblicazione. Se non ci credete, chiedete pure ad Alessio Bontempi e all’avvocatessa Fabiola Cherestani specializzata in Diritto legale infernale. Lettura piacevolissima per la continua presenza di situazioni grottesche e personaggi buffi e pericolosissimi.


Nicola Lombardi intinge la penna nel gotico rurale per rispolverare il rito delle Pallide streghe d’autunno. Alex vuole riscoprire un innocente rito paesano che rendeva omaggio a tre donne accusate di essere streghe quando ancora l’essere Wicca non era visto bene dalle autorità religiose. Va tutto bene, se non fosse che nel ’44 l’eccidio perpetrato da alcuni soldati tedeschi abbia risvegliato qualcosa di molto più oscuro. Questa è una di quelle ottime storie che, da lettore italiano, ti ricorda che nel bosco vicino a casa potresti non trovare solo dei funghi e castagne.


Chinese Box di Pietro Gandolfi è un numero speciale della collana ed è un romanzo breve. Si esce dai confini italiani per immergersi nella competizione tra Jerry Oswald e Chen. Due proprietari di altrettante sartorie che, nel bel mezzo della crisi economica, fanno di tutto per competere tra loro. Se l’americano perde colpi su colpi, deve ridurre il personale e fare i conti con la continua perdita di ordini, l’asiatico sembra fare affari d’oro e navigare con il vento in poppa. La fine per Jerry sembra vicina, ma una retata della polizia elimina il concorrente a causa di alcuni problemi di immigrazione e condizioni di lavoro prossime alla schiavitù.

La fine delle ostilità però scoperchia qualcosa di ignoto e strane presenze si aggirano nel buio della notte.

Gandolfi amplia i confini del proprio universo narrativo e riconferma il suo stile, aggiungendo un nuovo tassello al mondo degli orrori.


Paolo di Orazio scompiglia le carte e sforna Spaghetti western freakshow. La storia è ambientata a Pesaro nel 1882, un luogo e un tempo che non sono pronti per comprendere l’impegno e l’interesse con cui il dott. Emilio Carlomaria Martinetti Branzini cerca di rendere quanto più normale la vita della contessina Elisabetta Agostini-Mariotti. Una bambina nata dall’unione tra l’avaro padre e la claudicante madre, con la sfortuna di non avere le gambe.

Mirabile la cura linguistica per ricreare una narrazione ottocentesca e la sapiente fusione di generi alquanto diversi. Davvero, vi ritroverete dalla parte sbagliata della normalità… e potrebbe anche piacervi il vostro nuovo punto di vista.


Ci sono parecchie influenze cinematografiche e, a seconda dei gusti, si può preferire un racconto a un altro. Io li ho recensiti in ordine di lettura, ma è impossibile negare la passione con cui sono stati scritti e gli effetti benefici che provocano ai patiti del Horror come il sottoscritto.

Sono facilmente reperibili qui.

A voi non resta altro che leggere e posso solo augurarvi incubi d’oro.  

giovedì 16 novembre 2017

Gauguin e la stanza chiusa.



Quante volte vi è capitato di sentir dire: “Omero ha già scritto tutto” o “dopo L’Iliade e L’Odissea non è mai stato scritto nulla di nuovo”?

Per quel che mi riguarda, anche solo una volta è sempre di troppo.

Se questo fosse il vero problema della scrittura - o dell’arte in generale – noi siamo nati troppo tardi e, allora, non ci resta che starcene con le mani in mano oppure diventare disonesti e shakerare i soliti ingredienti per tentare di servire l’intruglio come qualcosa di “esotico”.



L’arte, al pari della filosofia odella logica, deve essere uno strumento per interpretare il mondo, la storia e l’esistenza, altrimenti è puro intrattenimento.

Dai quattro muri della stanza senza porte e finestre in cui ci siamo rinchiusi, sento ancora Mr. Paul Gauguin dire che “L’arte è o plagio o rivoluzione.”



Al momento abbiamo appeso alle pareti un sacco di fotocopie, in pochissimi hanno tentato di aprire una breccia nel muro.

Con un imperdonabile ritardo sono riuscito ad allungare le mie zampacce su una graphic-novel molto particolare: Gian Maria Volonté.

Si tratta di un’opera pubblicata da Becco Giallo, scritta da Gianluigi Pucciarelli, disegnata da Paolo Castaldi e colorata da Giuseppe Morici. Non si tratta di una biografia didascalica e falsata quanto basta per dare un senso compiuto alla vita e il genio del più grande attore italiano ma di un racconto metafisico – o se siete chic leggete surreale – in cui alcuni dei personaggi portati sul grande schermo da Volonté interagiscono tra loro per scoprire l’uomo dietro alla maschera e alle magistrali interpretazioni.



Per non perdere tempo con una lettura sbagliata, è indispensabile conoscere bene la filmografia del protagonista principale e nutrire una passione smisurata per pellicole impegnate.

Sono rimasto affascinato da questo “fumetto”, anche se chiuso il volume ho iniziato a sentire la mancanza di un tale gigante nel nostro stato in miniatura.

Era un uomo che sosteneva: “essere un attore è una questione di scelta, che si pone innanzitutto a un livello esistenziale: o si esprimono le strutture conservatrici della società e ci si accontenta di essere un Robot nelle mani del potere, oppure ci si rivolge verso le componenti progressive di questa società, per tentare di stabilire un rapporto rivoluzionario fra l’arte e la vita”

Se nella materia grigia vi rimbalza la domanda: “Gian Maria Volonté, chi era costui?”, sappiate che invidio la vostra possibilità di conoscere un grande protagonista del nostro passato prossimo.


Nonostante l’offerta milionaria, rifiutò di interpretare Don Vito Corleone per dedicare anima e corpo a pellicole scomode come quelle di Petri e Rosi. Sul set, durante le riprese, riusciva a far piangere le comparse per quanto era intensa la sua capacità di essere Bartolomeo Vanzetti in Sacco e Vanzetti.


Vi lascio un’altra citazione. “Il cinema apolitico è un’invenzione dei cattivi giornalisti. Io cerco di fare film che dicano qualcosa sui meccanismi di una società come la nostra, che rispondano a una certa ricerca di un brandello di verità.”

Un artista del genere non deve essere un esempio solo per gli attori, ma dovrebbe essere preso come modello anche da scrittori, giornalisti e intellettuali.


Io per primo dovrei imparare molto di più da quanto ci ha lasciato in eredità.

E ricordate che essere cinici sui social, fare gli acidi in coda al supermercato o gli estremisti in ogni scambio di opinioni non equivale a essere impegnati ma solo dei…

No, non voglio scrivere parolacce.

lunedì 13 novembre 2017

Fino all'Inferno?



Negli anni mi è capitato di vedere qualche pellicola ma la miaprima volta al cinema è stata nel ’86. Era una domenica pomeriggio, in giro non c’era nessuno dei miei amici e in tasca avevo abbastanza soldi per pagarmi il biglietto d’ingresso, così mi ritrovai al primo spettacolo per vedere Platoon di Oliver Stone.

Si tratta di un ricordo personale, non sembra essere un’impresa eccezionale ma l’apparenza inganna. All’epoca avevo 10 anni e, per infilarmi in sala, ho dovuto mentire al solerte bigliettaio che mi ha squadrato più di una volta. Non ho aggiunto anni alla mia età, non avrei potuto spacciarmi per un quindicenne, neppure se mi fossi presentato con una sigaretta tra le labbra, mi limitai a dire che i miei genitori erano già entrati e mi aspettavano in sala.

In realtà, mamma e papà pensavano fossi al campetto da calcio a correre dietro a un pallone.


Dieci anni dopo interpretai una piccola parte nel cortometraggio “Liberi e belli, ovvero del fardello del capello” di Giuseppe Anderi e, nonostante l’impresa, mai e poi mai avrei pensato di vedermi al cinema.

Eppure la vita prende direzioni impreviste e ti porta lontano, ben oltre i sogni.

Nel 2018 avrò la fortuna di riprovare l’ebrezza di essere sia sulla poltrona come spettatore che sul grande schermo.



Sì, avete letto bene: seconda volta ma procediamo con ordine.

In soli due anni, grazie a Roberto D’Antona regista/sceneggiatore/attore e Annamaria Lorusso attrice/produttrice, ho avuto la fortuna di partecipare a tre progetti: The Reaping, The Wicked Gift e Fino all’Inferno.

Eccovi servita la sinossi ufficiale:

Tre rapinatori in fuga verso una nuova vita incrociano la propria strada con una donna e suo figlio e con la tragica maledizione che portano con sé. A dare loro la caccia, l’ex boss malavitoso per cui lavoravano e una misteriosa organizzazione segreta composta da uomini senza scrupoli. A questa folle corsa in camper verso l’inferno si uniranno a loro una gelosa fidanzata e un ex-sbirro dai metodi sbrigativi. In palio, la vita del bambino e il futuro del mondo.”

Grazie a loro, Il 12 giugno 2016 mi sono ritrovato davanti alla macchina da presa per interpretare un piccolo ruolo in una serie che sta avendo un buon riscontro di pubblico e critica negli Stati Uniti e che potete trovare qui.


Le riprese per la mia prima volta al cinema sono avvenute il 7 aprile 2017. Se fossi un vip, si potrebbe dire che ho fatto un piccolo cammeo nella pellicola The Wicked Gift – che sarà proiettata in tutta Italia dal 6 dicembre – ma, dato che sono un perfetto sconosciuto, sarò più onesto scrivendo che ho fatto una piccola particina in un film che saprà conquistarvi per molte buone ragioni.


Per ultima ma non meno importante, c’è l’esperienza di Fino all’Inferno che verrà messo in cartellone il prossimo anno. A questo giro ho avuto un doppio ruolo, ho vestito i panni di uno dei personaggi del lungometraggio e sono stato assistente di produzione. Avventura iniziata il 20 ottobre e che si è conclusa da pochissime ore.

In merito a Roberto e Annamaria ci sarebbe molto da dire, sono due ottimi attori e grazie al loro impegno e alla loro passione stanno facendo cose incredibili. Tutti e due, invece di dormire sui numerosi premi e riconoscimenti che hanno ricevuto in passato, si impegnano attivamente per fare qualcosa di buono.

E, credetemi, ne vedrete delle belle.

Davvero, a loro devo moltissimo e li ringrazio senza alcuna vergogna.


Quest’ultimo mese è trascorso in fretta, sono entrato a far parte della L/D production e ho avuto modo di imparare e ricevere moltissimo dal resto della troupe. Ad esempio, Paola Laneve è la make-up artist che ha dimostrato che anche uno come me può essere presentabile senza utilizzo di effetti speciali, mentre la production manager Erica Verzotti mi ha insegnato che si può essere efficienti e rapidi nonostante il sonno ti rallenti più di un quintale di piombo nelle scarpe.



Durante le riprese ho avuto due angeli custodi che con molta calma e pazienza mi hanno insegnato tutto: il primo è il direttore della fotografia Stefano Pollastro, un uomo che anche in mezzo all’Apocalisse avrebbe una scorta di soluzioni rapide ed efficaci e Francesco Emulo, il secondo assistente alla regia, che ha la serietà necessaria per trasformare la vita in un gioco.

Grazie Ragazzi.



Per non parlare del primo assistente alla regia, Mr. Alex D’Antona e Aurora Rochez fonico di presa diretta. Se Alex con uno sguardo riesce a percepire l’essenza di tutto quel che vede, Aurora capisce quel che si dice ben oltre il suono della voce.



Infine ci sono Daniele Ciceri, lo still photographer che scatta sempre al momento giusto e Andrea Milan il direttore del Marketing, l’uomo che - con buone probabilità - è il responsabile del fatto che sentiate parlare di un prodotto L/D Production.



Non sono pagato ogni tot di parole buone spese per qualcuno, è stato davvero molto bello lavorare gomito a gomito con Roberto, Annamaria e il resto della ciurma.



Oltre al reparto tecnico, ho avuto la fortuna di conoscere gli attori, quelli veri, da cui ho cercato di imparare e di rubare il più possibile della loro arte.

Grazie a Giada Robin, Kavita Albizzati, Mirko D’Antona, Michael Segal, Alessandro Carnevale Pellino, Aaron Maccarthy, Federico Mariotti e i già citati Roberto, Annamaria e Francesco.

Ora che tutto è finito, spero di tornare al più presto sul set per condividere nuove avventure con queste meravigliose persone.


domenica 22 ottobre 2017

La lettura agli anta!


C'è sempre chi sostiene che la vita inizia con i quaranta anni. In fatto di numeri, di eroici ci sono solo "i trecento" ma non sono molti a raggiungere questa veneranda età, così ci tocca abbassare l'asticella, mettere in fila quattro decine e fare qualche bilancio. Siamo sinceri, il rifiuto scatta quando si ha paura di invecchiare e alcuni fanno il possibile per rimanere giovani... e sciocchi!



Se non volete spaventarvi e iniziare ad assaggiare questo meraviglioso numero, il  27 di ottobre alle ore 18, fate un salto alla Feltrinelli di Genova e andate a conoscere di persona i 40 autori Frilli contenuti dell'antologia Una finestra sul noir. Una raccolta di racconti in cui si rende omaggio a Marco Frilli, editore e mentore di molte penne brillanti di tutta Italia, che sono cresciute anche grazie alla sua cura e all'amore verso la scrittura.


Volete sapere chi sono? Eccoli...

Adriana Albini, A. Alioto e R. Repaci, Rocco Ballacchino, Ivano Barbiero, Alessandro Bastasi, R. Besola, A. Ferrari e F. Gallone, Fabrizio Borgio, Daniele Cambiaso, Roberto Carboni, Diego Collaveri, Dario Crapanzano, Armando d’Amaro, Matteo Di Giulio, Massimo Fagnoni, Ippolito Edmondo Ferrario, Roberto Gandus, Fiorenza Giorgi e Irene Schiavetta, Daniele Grillo e Valeria Valentini, Domenico Ippolito, Achille Maccapani, Vincenzo Maimone, Gino Marchitelli, Maria Masella, Marvin Menini, Alberto Minnella, Roberto Mistretta, Bruno Morchio Ugo Moriano, Roberto Negro, A. Novelli e G. Zarini, Paola Mizar Paini, Alessio Piras, Alessandro Reali, Nicoletta Retteghieri, Massimo Tallone, Simone Togneri, Alberto Tondella, Maria Teresa Valle, Laura Veroni, Maria Bellucci.

martedì 17 ottobre 2017

Dove ero io?



Ricapitoliamo. Nel ’77 ero sbarcato da poco meno di un anno sulla Terra e, anche se posso vantare di aver vissuto per un brevissimo periodo sullo stesso pianeta di Elvis, ero ancora troppo piccolo per ascoltare e comprare in maniera autonoma i dischi, quelli seri.

Non ricordo molto bene, però ho come la sensazione che all’epoca fossi impegnato in azioni piuttosto complicate come: non sporcare il pannolino e riuscire a mettere nello stomaco più cibo di quanto ne parcheggiassi sul bavaglino.



Curiosando su internet, ho scoperto che nello stesso anno finirono sugli scaffali dei negozi titoli come Rumours dei Fleetwood Mac, Animals dei Pink Floyd, Never Mind the Bollocks dei Sex Pistols, Before and After Science di Brian Eno e molti, moltissimi altri.

Oggi la situazione non è disperata, è peggio. Tranquilli non voglio fare tirate sulla decadenza dei tempi moderni, per quello basta ascoltare cosa si suona in giro, o abbandonarmi alla nostalgia “canaglia” e mitizzare epoche che ho vissuto ma che nemmeno ricordo.



Ciò che davvero mi interessa è parlare di un tizio che in quell’anno ha pubblicato due album e, a proposito del secondo, sostenne di essere venuto meno ai suoi propositi facendone uscire “due della stessa natura”.

Insomma, il cantante misterioso riconosceva di aver solo rifatto meglio il primo e, in questa amara ammissione, è contenuto il rammarico per non aver sperimentato, di non aver cercato nuovi sentieri verso il futuro.

Per chi ancora non lo avesse capito sto parlando di David Bowie e di “Low” e “Heroes”, i primi due atti del trittico berlinese. Il terzo è “Lodger”, che merita una discussione a parte in fatto di riuscita e sperimentazione ma questa è un’altra storia che vi invito a scoprire leggendo Bowie La trilogia berlinese di Thomas Jerome Seabrook. Una biografia mirata che parte dal ’75, da quando Bowie interpretò Thomas Jerome Newton in L’uomo che cadde sulla terra e pubblicò Station to Station, e termina nel ’79 con l’uscita di Lodger.



Il bisogno di sfuggire alla morsa tossica di Los Angeles e cercare una salvezza assieme all’amico Iggy Pop, portò i dum dum boys a Berlino. Impegnati nella ricerca dello spettro della città conosciuto in Goodbye To Berlin di Isherwood, i due finirono per avviare una collaborazione che durò per cinque LP.

Già, perché The Idiot e Lust for Life non sono del tutto Bowie-free.



Perché leggere questo libro? Quando viene a mancare qualche personaggio pubblico, sui social scatta la solita querelle di ammiratori e detrattori. Ambo le parti diffondono un numero incredibile di castronerie quindi, se siete interessati alla persona e all’opera artistica e non volete diventare vittime e inconsapevoli diffusori di ca##ate, è sempre meglio documentarsi. Fu pubblicato nel 2008 e arrivò in Italia nel 2009 grazie ad Arcana Editore, un periodo ben lontano da sospetti di interessi da stamperia e monetizzazione della morte altrui.

Davvero Eno è quel produttore che fa miracoli come è successo per Achtung Baby degli U2, oppure può anche avere parte nell’insuccesso di un artista? Per un certo periodo Iggy Pop è la marionetta di Bowie o a Tony Visconti andava solo bene Ziggy Stardust? Lo sapevate che le chitarre di Heroes furono incise da Robert Fripp senza nemmeno ascoltare il resto dell’incisione?



Ritornando a noi. Nonostante i pezzi forti pubblicati nello stesso anno abbiano un peso rilevante nell’economia generale del rock, è innegabile che “Heros” non è una fotocopia, né la solita trappola “effetto nostalgia”, ma una vera e propria finestra sul futuro.

Ovviamente è una lettura adatta ai fan di Bowie e agli appassionati di musica, ma solo quelli che non hanno la mania per le etichette.

sabato 14 ottobre 2017

Come si guarda un film?


Dato che le pellicole spesso superano i novanta minuti, la risposta più ovvia è: seduti comodi con una scorta abbondante di alimenti ipercalorici. Moltissimi sono convinti che queste due semplici condizioni siano quanto basti a trasformarli in stimatissimi critici cinematografici.
Non sono contro la libertà di espressione, per primo ne abuso, nemmeno voglio questionare sui gusti personali o modaioli ma, se mi imbatto in una recensione di un film fatta da qualcuno con una prominente pancetta da popcorn, passo oltre e occupo meglio il mio tempo.
Non pretendo che tutti siano così radical chic dal compiere infinite autopsie sui movimenti della macchina da presa o la resa dell’obiettivo utilizzato ma provo un certo disagio nel vedere che ci sono molti, forse troppi, rustici “alla pane e salame” che sostengono che un film è bello perché ci sono le esplosioni.


E sia chiaro, amo il pane e salame e non tutti i masticatori sono così incompetenti, qualcuno riesce comunque a dire e fare cose sensate ma… sono rari quanto i chicchi di mai inesplosi.
No, non sono uno di quelli tiepidi che pubblicizza e sostiene la mezza via del giudizio in bilico tra la pacatezza e la saggezza orientale.
Allora cosa voglio? Prima di fare un ricamo di chiacchiere, rispondo. Avete presente il vecchio adagio di parlare solo di ciò che conosci o, se proprio senti il bisogno di dire la tua, meglio se prima ti informi bene e da fonti attendibili?
Ecco, questo è ciò che desidero, perché le opinioni “sono come il buco del culo, tutti ne hanno una” (fosse anche di seconda mano) o le medesime fanno sì che la tua intelligenza “se ne torni a casa avvolta in una bandiera con un pezzo di formaggio nel culo”.


Sono imperdonabile, ho manipolato furbescamente le citazioni per un mio personalissimo uso e consumo, ma con un minimo di preparazione si potrebbe anche capire quali differenze, oltre alla morale di sottofondo, ci siano tra un lungometraggio di Oliver Stone e uno di Steven Spielberg.
Ultima cosa importante: il trailer non è il film.
Se uno non volesse passare la propria vita a sparare sentenze spicciole, cosa dovrebbe fare? Nel caso, passare qualche giorno su un set cinematografico per rendersi conto che oltre agli attori c’è di più e di quante incognite debba affrontare un regista durante ogni singolo ciak. Se non si ha questa meravigliosa possibilità, allora è il caso di leggere un po’ di letteratura specifica.
Per non ammazzarvi con inutili tecnicismi consiglio la lettura di L’occhio del regista – 25 lezioni dei maestri del cinema contemporaneo.
Tranquilli, non si tratta di un libro didattico ma di una serie di interviste apparse su Studio, una prestigiosa rivista francese di settore. Tolti un paio di casi, Laurent Tirard ha interrogato tutti gli intervistati su argomenti quali il rapporto con l’insegnamento e l’apprendimento delle tecniche cinematografiche, la decisione dell’angolazione della macchina da presa nei propri lavori, per quale motivo fanno film, come gestire il rapporto con gli attori e il pubblico e cosa li abbia spinti a intraprendere la strada della regia.


All’apparenza potrebbero sembrare quesiti tecnici ma dalle risposte emerge bene la natura esistenziale di queste domande. I candidati sono stati selezionati in base alle opere e all’esperienza che li ha portati a diventare apprezzati e conosciuti sia dalla critica che dal pubblico.
Sono venticinque nomi importanti, nonostante l’effetto elenco del telefono sono del parere che vadano elencati tutti.
Martin Scorsese, Pedro Almodóvar, Sydney Pollack, Woody Allen, Emir Kusturica, Joel ed Ethan Coen, Wim Wenders, David Lynch, Bernardo Bertolucci, Oliver Stone, Lars von Trier, Wong Kar-wai, David Cronenberg, Takeshi Kitano, Tim Burton, John Woo. Jean-Luc Godard, Milos Forman, Mathieu Kassovitz, Steven Soderbergh, Michael Mann, Roman Polanski, Jim Jarmusch, Alejandro González Iñárritu, Arthur Penn.
Il libro non è una raccolta variegata di risposte ma un corpus omogeneo, dovuto soprattutto alla scelta di rivolgere domande standard agli intervistati. Leggendolo si ha la sensazione non di essere a delle noiosissime lezioni accademiche ma a delle stimolanti chiacchierate sulla settima arte.
Anche se non siete degli esperti, di sicuro questa lettura vi aiuterà a comprendere e valutare meglio ciò che vedrete sul grande schermo o potrebbe spingervi verso la vostra prima regia.
L’occhio del regista, 25 lezioni dei maestri del cinema contemporaneo a cura di Laurent Tirard. Minimum Fax edizioni, collana cinema – nuova serie. 307 pagine, 16 €. Disponibile.

martedì 10 ottobre 2017

Dopo parecchi anni.


Quando ero giovane, per buttare qualche spicciolo dentro al portafoglio, lavoravo in una ditta che si occupava del rifornimento dei libri presso la grande distribuzione. Sembra chissà cosa, in realtà non facevo altro che caricare le nuove pubblicazioni sugli scaffali dei supermercati.
Sia chiaro, ero un commesso e, a conti fatti, quella è stata l’unica volta in cui sono davvero entrato nel mondo della letteratura. In fondo, ero quello che nel mobilificio ignorava tutto tranne i cartonati sulle mensole, quando c’era gente che scendeva in campo, non mi facevo distrarre dalle chiacchiere ma dai titoli sullo sfondo e se qualcuno mi invitava a casa sua ne ispezionavo la biblioteca.


A quei tempi avevo il desiderio di essere assunto in una libreria, sarà per quello che appena ne vedevo una finivo con il passare interi pomeriggi a perquisirla ma, nonostante parecchi curriculum, sono sempre stato scartato.
Forse non avevo la faccia di quello adatto a vendere carta o sembravo uno che conosceva sì tutto l’alfabeto, ma in ordine sparso.
Quando ormai avevo iniziato a non sperarci più mi arrivò una chiamata. Per via di un’emergenza, dovevo sostituire un commesso per ben 22 giorni.
Che dire, è stata uno delle esperienze più piacevoli che mi è toccato fare per quattro soldi.


Sino a quando non mi sono convertito agli ebook, mi sarebbe piaciuto avere una libreria tutta mia, una di quelle vere con una buona scelta di romanzi di qualità, non ricettari o stupidari vari e una clientela affezionata (e competente) con cui potersi confrontare.
Insomma, sognavo qualcosa di irrealizzabile e non tenevo conto di fatture da pagare, bilanci e molto molto altro.
Inoltre, non avevo mai neanche pensato a un nome per aprire i battenti e, di questa cosa, mi sono accorto quando per le mani mi è capitato Libreria Luigi di Stefano Caso.


Dato che delle mie aspirazioni e dei miei piccoli sogni non vi interessa, passo alle cose interessanti.
Non sento il bisogno di dire la mia su tutto e, tra i romanzi che leggo, recensisco solo quelli che mi sono piaciuti. Fatta questa piccola precisazione, non esagero nello scrivere che l’ultimo libro di Stefano Caso è da leggere.
Luigi ha una barba folta e capelli (pochi) d’ordinanza da nobile intellettuale ottocentesco, gestisce una libreria che resiste all’assalto di variegati clienti e che, per sopravvivere, è costretta a ospitare e vendere le ricette e il vaniloquio cartaceo di un dj filosofo bisessuale metropolitano.
Tutto sommato è soddisfatto della sua vita e della sua attività, almeno sino a quando non compie i cinquanta anni e un’anziana cliente non lo mette in difficoltà con uno strano regalo/richiesta: rasarsi a zero barba e capelli.
Abbandonata la “maschera pelosa”, Luigi rivelerà sé stesso al mondo ma scoprirà anche che non era l’unico a nascondersi dietro a – scusate la ripetizione – una maschera.


Nella trama si incontrano vari personaggi, tutti ben riusciti, che ridicolizzano le mani moderne; cattive abitudini come l’utilizzo casuale di termini inglesi per rendere più cool le solite vecchie cose, l’aggressività sessuale per compensare la vacuità dei rapporti, l’arrivismo socio-economico e molti altri atteggiamenti che incrostano i normali rapporti sociali.
È la storia di una crisi di mezza età che, seppur indotta dalla “vecchia maliarda”, ha un tono brillante e il grandissimo pregio di reinterpretare e rendere attuale la cultura letteraria classica attraverso surreali dialoghi tra il protagonista e i capolavori del passato.
Libreria Luigi di Stefano Caso. Ianieri Edizioni, collana Narrativa. 187 pagine, € 14,00.