domenica 29 dicembre 2019

Di quella volta quando intervistai...




Ripropongo una delle mie prime interviste. Correva l'anno 2014 e ho avuto l'opportunità di fare una chiacchierata con Massimo Carlotto...
Quando siete sulla spiaggia e lo sguardo si perde nel punto esatto in cui il cielo e il mare si fondono in un grande azzurro, cosa pensate? A niente, all’infinito o a quanto sia limpida la giornata, ma avete mai riflettuto che oltre c’è un mondo?

Prima o poi l’acqua finisce e un’altra terra inizia, semplice.

Certo, la prudenza ci dirà che non si può attraversare a nuoto, con la forza delle proprie braccia ci si limita a un paio di bracciate, poi si torna indietro ad arrostire sotto il solleone.

La vacanza non è certo il periodo per compiere un’impresa eccezionale.

Non so voi, ma questa immaginetta che profuma di crema solare e calda sonnolenza mi fa pensare. Quando abbiamo iniziato a sognare in piccolo? Se vivere è come nuotare, non impari sino a quando non ti tuffi, allora noi esistiamo “part-time”, solo quando ce la sentiamo e restiamo per lo più a pascolare tra la sabbia.

Eppure c’è chi il mare lo ha attraversato anche a nuoto. Alcuni sono tornati indietro per raccontare quello che hanno visto, ma non tutti sono diventati filosofi come nel Mito della caverna; sono dei sopravvissuti che hanno perso ogni cosa e scelgono di spiaggiarsi in attesa della morte.

Noi, ingegneri di castelli inespugnabili, abbiamo il nostro ombrellone, un posto tranquillo lontano da ogni preoccupazione e congeliamo il futuro.

Poi, un giorno qualunque, arriva un’onda lunga e sommerge il nostro angolo di paradiso. Il porto sicuro diventa la desolazione in cui sopravvivere.

Partire o restare?

Il mondo non mi deve nulla di Massimo Carlotto è un racconto con una forte componente teatrale. Molto spazio è dedicato al dialogo di due personaggi diametralmente opposti. Adelmo è un ladro “per forza di causa maggiore”. La crisi economica lo ha travolto rendendo precaria la sua realtà. Colato a picco il progetto di una vita tranquilla, per mettere insieme il pranzo con la cena, incalzato da sua moglie Carla, si adatta con scarsi risultati agli usi e costumi di una società disonesta. Lise è una ex croupier tedesca, capace di mentire e barare trattenendo sulle punte delle dita il destino di molti giocatori. Dopo aver imparato l’arte della menzogna a bordo delle navi da crociera e aver vissuto un amore indimenticabile, perde il suo patrimonio a causa di un’imbrogliona più abile di lei.

Con quel “poco” che le rimane, decide di passare il tempo aspettando che qualcuno la uccida.carlottocover

Una finestra aperta e delle luci spente sono quanto basta perché i due si scontrino, mettendo in scena un dialogo che va ben oltre le parole dette. Tra minacce e complicità ricercano la comprensione l’uno dell’altra e rincorrono il fantasma dell’amore prima dell’entrata in scena della morte.

Sullo sfondo c’è Rimini. Una città che vive con il sorriso ma che pensa con amarezza; a causa delle condizioni socio-economiche c’è ancora più disperazione nel bilancio delle esistenze rispetto a quelle descritte da autori come Federico Fellini e Fabrizio De André.

Se Adelmo riesce ancora a scovare la felicità in una pedalata e in un canto a squarciagola, per Lise la situazione è più disperata. Si è spiaggiata proprio dove è nato Ferdinando, il suo grande amore. Sospesa tra i ricordi e il disgusto sogna che Rimini si stacchi dalla terraferma e scivoli verso la deriva per incontrare quel naufragio che dissolverebbe la sua fragilità.

L’andamento dialogico e i temi trattati ricordano da vicino quelli di Sunset limited, scritto da Cormac McCarthy. In entrambi c’è una lotta contro la mancanza di senso e il nichilismo che aggredisce e sgretola l’essenza stessa dell’esistenza, rendendola un dono da rifiutare e sprecare nel nome della stanchezza e dalla assoluta mancanza di speranza.

Il mondo non mi deve nulla è una riflessione intorno alla crisi; non da intendersi come penuria sia di mezzi che di sostentamento, ma come un limite in cui siamo imprigionati.

Che questo sia un periodo di crisi, lo si capisce anche senza leggere i giornali, perché la “povertà” economica non si è mai riflettuta così bene nel degrado sociale e spirituale.

Tra i personaggi c’è chi riesce ad attraversare il mare a nuoto, chi costruisce castelli con l’assoluta certezza di resistere a tutto e chi, alla fine, va alla deriva.

Diamo il benvenuto su Nero Cafè a Massimo Carlotto, un autore che non ha bisogno di presentazioni.

Mirko: Hai scritto moltissimi romanzi in cui hai messo a nudo una società scomoda e hai raccontato senza filtri un’altra realtà spesso sotterranea e nascosta. Il mondo non mi deve nulla è, per certi versi, un’opera che mostra un lato poco conosciuto di Massimo Carlotto. Sei uscito dai contorni del noir vero e proprio, della letteratura che innesca conflitti per liberarsi dalle menzogne e che prelude alla redenzione. Con questo tuo ultimo scritto sei approdato in “terre straniere”, oppure hai allargato il raggio della tua esperienza letteraria? Da quale esigenza nasce questo racconto, come si collega al tuo percorso narrativo?

Massimo: 10 anni fa avevo scritto Niente più niente al mondo, una prima riflessione sulla crisi che si stava concretizzando. Nel tempo, poi, ho maturato la necessità di aggiornare quel punto di vista e ho iniziato a lavorare su Il mondo non mi deve nulla ragionando innanzitutto sulla possibilità di forzare le regole del noir attraverso una scrittura concentrata sulle emozioni. E come è accaduto per Niente più niente al mondo la componente teatrale si è materializzata immediatamente, nel senso che è stata percepita dal teatro stesso che si è impadronito del progetto e lo trasformerà ulteriormente ma sempre nel contesto delle emozioni. Tutto questo non ha collegamenti precisi con il mio percorso narrativo che di fatto è sempre stato anomalo. Ci sono le serialità, i romanzi reportage, l’incursione nella storia, etc. perché nella mia personale concezione della letteratura dominano le storie e io mi adeguo più che volentieri alle loro esigenze.

Mirko: Lise e Adelmo sono una coppia improbabile, trascinata dalle correnti di una singolare storia d’amore. Oltre al destino che compiono nel racconto, rappresentano qualcosa in più. Ho riconosciuto in loro i tratti di due atteggiamenti nei confronti della vita: la rassegnazione e la vitalità. Come loro, anche noi stiamo vivendo una primavera carica d’attesa? Può un’inclinazione d’animo diversa aiutarci ad affrontare e superare “la crisi” che stiamo vivendo?

Massimo: La crisi ha messo “in crisi” i comportamenti sociali più consolidati. Le difficoltà, la disperazione spingono i singoli a comportamenti che si staccano completamente da tutto ciò che era dato per scontato. Molte persone agiscono autonomamente cercando vie personalissime alla risoluzione dalla crisi. Il crimine, il suicidio, il mettersi in vendita in ogni forma possibile, e molto altro ancora sono “possibilità” moralmente negative ma che la necessità della sopravvivenza legittima totalmente. Adelmo e Lise si muovono all’interno di queste coordinate. Prima non si sarebbero mai sfiorati, oggi invece la realtà rende possibile l’incrocio di destini così diversi. L’aspetto più nefasto di questa crisi è la ricerca spasmodica di una soluzione personale mentre l’unica soluzione vincente sarebbe la dimensione collettiva.

Mirko: La forza della letteratura. Possono bastare dei romanzi per scuotere la coscienza di chi legge? Hai il ruolo di editore di una collana come Sabot/age, dove vengono pubblicate opere che pongono l’attenzione su tutto ciò che di “sbagliato” inquina la società e ne denunciano senza compromessi il lato oscuro. Una costante attività di sabotaggio. Qualcosa è cambiato?

Massimo: I romanzi non hanno la forza di imprimere svolte e cambiamenti a livello sociale ma sono un mezzo importante per la crescita umana dei lettori. Realtà che stiamo costantemente verificando nel nostro piccolo universo di autori e romanzi sabotatori, dove si sta sviluppando un forte circuito di dibattiti trasversali intorno ai temi proposti. La forza della letteratura sta cambiando forme continuamente e il nostro sforzo è un’analisi continua di queste trasformazioni per essere in grado di offrire al lettore temi e scritture adeguati alla realtà.

Mirko: Quali progetti hai in serbo per il futuro?

Massimo: Teatro innanzi tutto. Il prossimo 8 dicembre debutta Il mondo non mi deve nulla con Pamela Villoresi e Claudio Casadio. Poi i due nuovi romanzi dell’Alligatore che usciranno nel 2015. E infine Sabot/Age con uscite molto molto interessanti.

Mirko: Possiamo sfruttare la tua lunga esperienza e chiederti quali consigli daresti a uno scrittore esordiente?

Massimo: Ho a che fare continuamente con esordienti. Spesso scrivono romanzi “sbagliati” perché non hanno gli strumenti per comprendere le logiche del mondo editoriale, altre volte scrivono romanzi di valore che non vengono capiti dagli editori. Insomma la vita da esordienti è dura, bisogna essere consapevoli di questa situazione e agire di conseguenza anche affidandosi a esperti in grado di valutare e proporre i manoscritti.

Mirko: Grazie della disponibilità e ti auguro buona scrittura!

martedì 1 maggio 2018

E pensare che una vita da geometra me l’ero pure sognata.



Agli inizi degli Anni ’90 pascolavo tra i banchi dell’Istituto Tecnico per Geometri. In quel periodo ho imparato un sacco di cose interessanti ma nessuna legata alla professione, diciamo che ero uno che frequentava e non seguiva, perché la maggior parte del tempo lo passavo leggendo.
I miei compagni avevano Il manuale del geometra io quello di Epitteto, loro passavano ore a capire la composizione del cemento armato, io mi spaccavo la testa sulla consistenza di Nietzsche, si davano da fare per calcolare l’usura delle strutture io scoprivo il decadimento del ritratto di Dorian Gray, triangolavano un punto esatto io mi perdevo tra i tre figli Karamazov.
Capite perché ero quello “strano”, sempre diverso che non la vedeva mai allo stesso modo degli altri.



Un giorno provai a immaginare una vita da geometra con tanto di tecnigrafo e studio, ma ciò che vidi mi spaventò.
Senza contare che anch’io potevo fare la fine del Geometra Diotaiuti dell’Ufficio Urbanistico di Milano.
Se non sapete chi è, allora dovete leggere Incroci Obbligati di Paola Varalli, edito da Fratelli Frilli Editori.
Mentre l’architetto Mirella Bonetti è impegnata a sbrigare alcune noiose pratiche burocratiche negli uffici comunali si imbatte nel cadavere di un geometra. Nonostante la Polizia stia già svolgendo delle indagini, con l’aiuto della sua coinquilina Anita segue una pista che le porta a scoprire il segreto nascosto in uno dei progetti seguiti dal fu Geometra Diotaiuti.


Le due detective per caso sono le protagoniste di una trama narrata con una particolare prosa ironica e con uno stile brillante ed efficace che comunica una piacevole gioia di vivere. Permeato da una sensibilità femminile che non ha bisogno di imporsi o competere con la controparte maschile per farsi apprezzare o dimostrare il proprio valore. Ebbene sì, i maschietti se ne stanno ai margini delle indagini imbambolati dalla bellezza di Mirella. Tra le due protagoniste confesso subito la mia preferenza per la gesticolante e neologista Anita Valli, appassionata di enigmistica che - pur non essendo all’altezza dell’amica per quanto riguarda aspetto e portamento - ha un fascino particolare in grado di conquistare anche il lettore più rigido e formale.


Un romanzo “strano” se paragonato ai molti che ritraggono Milano come un agglomerato urbano cupo, colpevole di aver girato le spalle ai rapporti umani e frammentato dal delirio della fretta e dell’indifferenza. Con un giallo lontano dalle solite atmosfere di genere, Paola Varalli ha il merito di riscoprire l’anima di una città che non ha mai davvero perso la misura umana e lo fa con un tocco e una bravura davvero invidiabili.

martedì 13 marzo 2018

Dagli applausi o dalla sala piena?


Certe storie non sai mai da dove iniziare a raccontarle. Le prime battute sono fondamentali, quelle con cui ti giochi l’attenzione e la curiosità di chi ti ascolta. Non puoi permetterti un passo falso e concedere del terreno alle mille distrazioni in cui siamo immersi, altrimenti corri il rischio di trovarti davanti a qualcuno che fissa il display di un cellulare, voga con il pollice tra il mare magnum dei social network e finge di seguirti annuendo ogni volta che prendi fiato.
Se vi è capitato di trovarvi in una situazione del genere, e sono sicuro che ci siete passati, non dipende solo dalla vostra capacità di intrattenere ma anche dall’educazione di chi vi ascolta, ma questa è un’altra storia.
Nel caso in cui il dialogo si svolga tra uomini e vi è permesso di usare un linguaggio da “caserma”, per riottenere al volo l’attenzione dite: “guarda che tette.” State tranquilli che anche se vi trovate in una chiesa, o forse perché vi trovate proprio lì, vi verrà riservata molta più attenzione di quanta ne desideriate.
Il perché è facile da immaginare.



Comunque, dopo aver abusato della pazienza di chi legge e aver perso per strada chiunque non era interessato a scoprire perché “dagli applausi o dalla sala piena”, posso iniziare a scrivere che sabato 10 marzo alle 15:30 il Movie Theatre di Cartoomics era pieno di spettatori per la presentazione in anteprima della locandina e del trailer di Fino all’Inferno. Erano ovunque, oltre che nei posti a sedere, ce n’erano seduti a terra incastrati come tanti ciottoli e spalmati alle pareti quasi a sembrare decalcomanie.
Gli applausi non sono mancati, nessuno ne ha avanzati da portare a casa e, magari, da usare in altre occasioni.
Per fortuna non ho avuto problemi a trovare un posto libero perché c’era una sedia con scritto sopra il mio nome già, perché nel trailer trasmesso sullo schermo c’ero anch’io.
Ma procediamo in disordine e torniamo indietro a settembre 2017, per la precisione nei giorni in cui tutta la L/D Production Company - di cui faccio parte - era impegnata a girare Fino all’Inferno, un action-crime che levati, e in cui ho avuto il piacere e l’onore di recitare e di contribuire alla realizzazione.
Dicevamo di sabato 10 marzo. Prima della visione, Giuseppe Grossi di Movieplayer.it ha fatto gli onori di casa intervistando Annamaria Lorusso, Roberto D’Antona, Andrea Milan e Aurora Rochez in merito ai propositi di cosa significhi fare film indipendenti e a quanta dedizione e sacrifici si celino dietro alla realizzazione di un lungometraggio.


Difficile riportare in un articolo tutta la passione e la competenza con cui i quattro hanno risposto e coinvolto il pubblico presente. Non vorrei sembrare monotematico, però la locandina e il trailer…
La locandina ve la posso mostrare.


Però il trailer….
Per rendervi l’idea di cosa abbiamo visto, vi consiglio di provare a immaginare di stare dentro a un quadro di Picasso ma con le figure che si muovono ad alta velocità e lasciano dietro di sé una scia di polvere da sparo in fiamme.
Non ci riuscite? Allora vi tocca andare al cinema dal 5 di aprile in avanti e, prima di guardare The Wicked Gift, il film per cui avete pagato il biglietto e in cui vedrete recitare anche il sottoscritto, potrete provare la mia stessa esperienza.
Cos’è The Wicked Gift? Semplice, è il primo lungometraggio di genere thriller-horror di L/D che comparirà nelle sale cinematografiche delle principali città italiane ed è il miglior modo per capire cosa siamo in grado di fare.


Volete più notizie? Le pagine ufficiali le trovate qui The Wicked Gift, Fino all’Inferno e L/D Production Company. Purtroppo l’articolo è finito, non ho più spazio ma ci rivediamo tutti in sala.
Ricordatevi, The Wicked Gift dal 5 aprile al cinema.