lunedì 14 agosto 2017

In circus veritas.



Pensare non è un’attività da “buona alla prima”, molti alcuni quei pochi vagabondi che ancora ci provano sanno che non basta afferrare il primo pensiero comodo ed esporlo ai più tipo Mosè con le Tavole della legge e nemmeno sognano di abbigliarsi con lo straccio più sgargiante per esibirsi in piazza e fare la coda del pavone.
O, se preferite, truccarsi da pagliacci con quattro piume sul culo.
Abbiamo fatto confusione. Non so bene quando ma, in un niente, siamo passati dall’orbitare attorno alla verità al mettere su un circo di freak.


Colpa dell’etimologia comune di circus? Così il circolo ermeneutico si è trasformato nella circonferenza di una arena in cui vige il “tutti contro tutti”.
Non ho la più pallida idea di quale sia una verità fatta e finita quindi, nel tentativo di avere una certezza, non scendo mai alla prima stazione ma preferisco compiere tutto il viaggio. Non importa se giro in tondo, quando ritorno al punto iniziale non sono più lo stesso della partenza.
Anche se abusata e vecchia quanto il mondo, tiro fuori la classica similitudine con il giallo. Lo Sherlock Holmes di turno circola attorno al cadavere per scoprire il colpevole; circumnaviga il delitto, raccoglie prove, schiva il pericolo di partire per la tangente con una falsa pista e torna all’omicidio, all’origine, ma con movente e assassino.


Più o meno ci troviamo sempre davanti a questo schema, la bravura dell’autore è quella di nascondere le rotaie e farci ammirare il paesaggio…
E se vi imbatteste in una storia in cui il protagonista è, suo malgrado, inchiodato al centro degli avvenimenti e circondato da un caso da risolvere?
Con la persistenza negli avvenimenti a “La finestra sul cortile” e il ritrovarsi coinvolti in un torbido complotto sul genere di “Tutto in una notte”, Asti Ceneri sepolte di Fabrizio Borgio è il romanzo giusto per voi. La trama si svolge nelle profondità meno spettacolarizzate delle infiltrazioni del crimine organizzato al Nord. Niente Gomorra o simili, ma "solo" un'indagine sugli effetti devastanti delle ecomafie.


Venerdì 24 luglio sera, due incidenti colpiscono la tranquillità cittadina. Un incendio devasta il capannone di stoccaggio della APES, azienda nel settore riciclo dei rifiuti di carta, e lo scontro tra un Suv e una motocicletta paralizza il traffico.
L’investigatore privato Giorgio Martinengo ha da poco preso servizio come volontario alla Croce Rossa e, tra un intervento e l’altro, rimane impigliato in troppe coincidenze e segue i collegamenti tra i due eventi.
Una lettura piacevole non solo per gli inaspettati risvolti ma, soprattutto, per lo stile cristallino dell’autore, condito da piacevoli e passionali slanci verso il genere letterario e la propria terra.
Asti ceneri sepolte di Fabrizio Borgio, Fratelli Frilli Editori. 196 pagine, 2016. Disponibile in ebook.


venerdì 11 agosto 2017

L’ordine è sempre freddo.



In rigoroso ordine sparso sulla mia scrivania ci sono libri e fumetti ancora da leggere, appunti per alcune cose che scriverò, film con la confezione ancora integra, musica in attesa di sfogarsi sullo stereo e videogiochi con cui occupare il poco tempo libero che mi rimane.
Sia chiaro, non esistono sezioni dedicate. Niente disciplina e indicazioni per raggiungere la pila di appartenenza, senza pregiudizi tutto contribuisce alla crescita verticale. Sono disordinato? Certo che sì, ma proprio non riesco a rinunciare a ricreare la stessa esperienza di Mattia Pascal mentre osserva gli scaffali della biblioteca.
Con l’ordine provo sempre la spiacevole sensazione che ogni cosa sia costretta a stare ferma; l’acqua diventa ghiaccio, la vita ricordo.


Due esempi di come qualcosa libero di scorrere si cristallizza e diventa immobile.
Ad esempio, ne Il ghiaccio e la memoria di Massimo Fagnoni, un romanzo che ho avuto il piacere di leggere in questi giorni, questa immobilità prende il nome e i connotati di Matteo Veronesi.
È un uomo “rallentato” da un ghiacciaio e dal peso del passato, fardello che lo costringe sempre a doversi misurare con delle possibilità che non sono mai diventate realtà. Prima di partire per la tangente e speculare al di fuori di ogni realtà, aggiungo la sinossi per dare una parvenza di concretezza ai miei deliri.


Il 21 dicembre 1985 due giovani alpinisti, Riccardo Finelli e Federico Stanziani, perdono la vita durante la scalata di una parete del Monte Bianco. Pochi giorni dopo il sottotenente Matteo Veronesi apprende la notizia della morte dei due amici quando è di stanza nella Polveriera di Usago a pochi giorni dalla fine del servizio di leva.
Rientrato a casa per le esequie, è costretto a elaborare il lutto e fare i conti con ciò che avrebbe potuto essere il suo rapporto di amicizia con Federico.
Nel 2009 Ettore Bertasi sparisce in circostanze misteriose. A sporgere denuncia all’ispettore di Polizia Matteo Veronesi sono Bianca e Bruno Stanziani, rispettivamente nipote e fratello del fu Federico.
Bologna è lo sfondo per un’indagine nelle trame politiche degli ambienti estremisti ed eversivi della sinistra radicale con writer illegali che imbrattano i muri della città.


Un romanzo diviso in due periodi distinti, prende l’avvio con il “rallentamento” di Matteo - un personaggio caratterialmente prudente e razionale – che ritroviamo nei meandri di una vita appesantita da rimorsi e speranze disilluse. Nello svolgersi di una sana e robusta trama gialla il protagonista avrà l’opportunità per sciogliere il ghiaccio in cui è intrappolato.
Massimo Fagnoni mi ha già fidelizzato come lettore e lo consiglio appena possibile perché ha la rara capacità di narrare storie in grado di innescare riflessioni nella testa del lettore.
Perché un libro non è bello se non fa riflettere, se volete solo intrattenimento andate a scavare nei quintali di immondizia prodotta da tv social network e simili.


In conclusione del mio delirio. Non importa quanto siano belli o dolorosi i giorni passati, il nostro sguardo volge nella stessa direzione in cui si muovono i piedi, ciò significa che dobbiamo andare avanti e non giocare alle belle statuine dentro un cubetto buono per raffreddare le nostre malinconie.
Il ghiaccio e la memoria di Massimo Fagnoni. Minerva Edizioni, collana Gialli Minerva. 384 pagine, 2017.

lunedì 3 luglio 2017

Una fetta di regalo, grazie.



Nel giorno del vostro compleanno, siete più propensi ad azzannare la torta di panna, cioccolata e affini o non vi interessa nulla e non vedete l’ora di scartare selvaggiamente i regali?

Avanti, fate la vostra scelta e confessate se siete più golosi o più curiosi.

Quando si è piccoli il compleanno è una faccenda dannatamente seria, sino a quando sono pochi si ha fretta di accumularli, poi le cose cambiano e diventano ingombranti, ma questa è tutta un’altra storia e si chiama vecchiaia.

Non ho iniziato questo delirio solo perché ho tempo libero da spendere mettendo in fila parole per fare domande oziose. La ragione è un’altra, sono convinto che molto di noi - di ciò che siamo -  emerga non dai gesti necessari che compiamo per mantenere fede alla nostra quotidianità ma dagli atti gratuiti che sfuggono al nostro controllo durante la giornata.

Tanto per intenderci, tutto ciò che non ci costa nulla.


Parlo di piccole cose come tenere aperta la porta a chi è dietro di noi o fare il possibile per arrivare ultimi alla cassa quando si beve un caffè con i colleghi, insomma delle inezie che però potrebbero rivelare molto di noi se qualcuno ci osserva con attenzione.

Ora, capite perché vi chiedo se preferite abboffarvi o allungare le zampe sui regali? Credete davvero che mi interessi sapere se siete golosi o curiosi?

Con un certo grado di approssimazione, di una torta potreste già conoscere il gusto ma, salvo rari casi, di un regalo è difficile sapere di cosa si tratta.
Meglio ingrassare a suon di certo o farsi consumare nel tentativo di afferrare l’ineffabile natura dell’incerto?

Se siete quelli che il divano è il migliore amico dell’uomo e le pantofole uno stile di vita, mi piacerebbe raccontarvi una storia al centro del nuovo progetto del pluripremiato regista Francesco Longo.

Agli inizi del ‘900 nacque a Bologna una bambina in grado prevedere il futuro. Immaginatevi che spasso conoscere in anticipo i sei numeri giusti dell’enalotto, avere la sicurezza di puntare sempre sul cavallo vincente e ottenere il meglio da ogni situazione.


Essere ricchi e felici senza muovere un dito, cosa si può volere di più?

A Clara, questo il suo nome, non andò così bene. Il padre aveva una paura nera del suo dono, così penso bene di murarla viva per impedirle di essere un problema.

Provate, se ci riuscite, a vivere l’angoscia della piccola nel sapere in anticipo cosa le avrebbe riservato l’amore paterno…

Capite perché il fantasma della sventurata ancora oggi si aggira tra i muri di una villa fatiscente ed è pronta a tormentare chiunque sia così folle da mettervi piede?


La leggenda da cui Francesco Longo svilupperà il lungometraggio Clara la trovate raccontata meglio qui, ed è certo che il suo lavoro sarà in grado di non scadere nei cliché e regalare brividi e forti emozioni per una ghost-story made in Italy.


Più delle chiacchiere, vi lascio in compagnia del trailer.


L’incubo scivolerà nella realtà grazia alla bravura del cast, composto da attori noti nel panorama indipendente: Roberto D’Antona, Orfeo Orlando, Roberto Ramòn, Michael Segal, Olga Torrico, Mikita Lagunow, Giada Cameriere, Aurora Elli. Da non sottovalutare l’apporto angosciante delle musiche composte da Aurora Rochez e la cura con cui lo stesso Francesco Longo realizzerà i visual effects.

I produttori associati per la realizzazione del progetto sono La Moonlight Legacy, La Sette Films, Theater 7/2 e Urca Tv.

Che altro dire? Un bel like alla pagina di Clara The movie per rimanere aggiornati sulle prossime novità.

domenica 25 giugno 2017

Battuto il primo ciak di...


Qualcuno si ricorda dei Tin Machine e l’indolenza con cui il frontman del gruppo annunciava “I can’t read and I can’t write down”?
Se vi sfugge qualche dettaglio, mi riferisco alla breve esperienza di Mr. David Bowie nei due album composti con un gruppo musicale nell’89 e nel ‘91.
I can’t read è un report musicale scritto prima della nascita dei social network e della famigerata rete, in cui il cantante viene travolto dal fastidio del Rumore Bianco dell’esistenza.


Le maiuscole non sono a caso, servono per citare l’omonimo romanzo scritto nell’85 da Don De Lillo in cui, oltre ad approfondire la paura di morire dell’uomo, rivela la desolazione degli anni ‘80. Gesti semplici come cedere la speranza e la fede a dubbie ancore di salvezza, adeguarsi agli usi e costumi del consumismo sfrenato, essere travolti e indottrinati dai mass media, rendersi conto della generale inconsistenza degli intellettuali e la paranoia di essere intrappolati in cospirazioni e congiure nascoste sotto la superficie della quotidianità. 
Vi consiglio la lettura di Rumore Bianco di Don De Lillo e l’ascolto di I can’t read.


In trenta anni la situazione non sembra essere cambiata molto. Internet e i social network non hanno avviato nessuna rivoluzione, si sono subito adeguati allo status quo e, in un continuo rispecchiamento, hanno iniziato a collaborare con il lato ignorante della peggior televisione.
Per quanto possibile, cerco di non essere imprigionato dalla stessa apatia manifestata da Ziggy Stardust per il pianeta Terra, installando un filtro contro questo Rumore Bianco che mi fa pesare le parole con cui alcuni farciscono lo spazio virtuale con i fatti che gli stessi compiono nella realtà; capite che alla fine si tratta di eliminare il 90% della spazzatura digitale e concentrarsi su poche, pochissime, persone davvero interessanti.

Prima di annoiarvi con una dose superflua di chiacchiere, passo al vero soggetto di questo mio nuovo delirio: Eros D’antona.


Regista pugliese, classe ’85, si è fatto notare nel cinema indipendente e ha ricevuto diversi riconoscimenti con opere del calibro di Mind Trip, Ora Pro Nobis, Insane.
Dopo aver accompagnato Haunted  al Festival di Berlino e Cannes, è tornato alla regia per realizzare il suo progetto “Die In One Day", un thriller horror prodotto dalla Funny Dreamers con accordi di distribuzione worldwide, ad accompagnarlo nell’impresa c’è il cast tecnico composto da Mariantonietta Savino, Roberto Marinelli, David White, Carlo De Santis, Nunzio Santoro, Domenico De Cesare, Alessia Gentile, Tara Jabul, Lucia e Mario D’Antona.
Al momento, l’unica indiscrezione sulla trama l’ha rilasciata lo stesso Eros.
“In questo film capiremo cosa un padre è disposto a fare per salvare la propria figlia.”
Ne vedremo delle belle.


Le musiche originali saranno composte dal Maestro Andrea C. Pinna, verrà recitato in inglese e nel cast internazionale reciteranno attori importanti quali David White, Kateryna Korchynska, Mirko D’Antona, Cinzia Susino e un importante cammeo, rigorosamente Top Secret.
Die in one day ha subito incontrato il favore di marchi nazionali e internazionali che hanno creduto nel progetto come We Make-Up, Eyemed Technologies / Adore Lenses, JB4 Just Before abbigliamento, Lo Sfizio ed Emidea / Caffè Fanelli.
Cosa si può aggiungere?
Niente, se non che aspetto – con impazienza – di vederlo presto.


In attesa di altri aggiornamenti, per ora è tutto.

lunedì 29 maggio 2017

Scende la pioggia


Nove millimetri, la distanza minima tra la vita e la morte. Un niente rispetto a tutti i metri che separano il resto del mondo dal parapetto del viadotto. Da queste parti il mostro di cemento è noto come ponte della tangenziale. Con la lingua bagnata nella camomilla, gli autoctoni spacciano per innocuo il trampolino per tuffarsi nell’Aldilà.

Biellesi, gente senza valvole di sfogo, più schivi e scontrosi dell’orso che li rappresenta.

Che volete farci, Biella è povera nello spirito e nella fantasia. Non ha nemmeno un fiume che l’attraversa ma solo il Cervo, un timido torrente.

Via la sicura, si va in scena. L’uomo ha spinto l’auto ben oltre la normale viabilità per arrivare sino a Porta Inferno. Passa una mano tra i capelli biondo sabbia per spostarli dalla fronte. Si rammarica di non essere riuscito a infilare un altro mezzo giro di ruote, quello con cui poteva ritrovarsi a mollo.

La sorte ha un pessimo senso dell’umorismo, dalle casse dell’autoradio esce Nel blu dipinto di blu.


Apre il portellone della Punto. Rivede il caro Cesare Ramella, taglia corto con la cortesia e i saluti. “Facciamo così,” gli piazza la pistola sulla fronte, “ti aiuto a scendere, fai quello che ti dico e, forse, resti vivo. Chiaro?”

Il passeggero annuisce dal fondo del bagagliaio.

I fari vomitano luce asciutta nella monocromatica indifferenza di uno dei soliti pomeriggi uggiosi. A causa della persistenza del maltempo, uno del posto con la pioggia è in grado di avere la stessa precisione linguistica di un esquimese con la neve. Infatti, stizza e le gocce sospese creano aloni rugginosi con vaghi riflessi all’arcobaleno.

Senza grazia, strappa il nastro isolante dalla bocca di Cesare e preleva un anticipo di dolore. “Non è colpa mia, non mi uccida, la prego.” Non dice proprio così, nel temporale di scuse che fiata esprime concetti simili.

“Se ti comporti bene, domani mattina la puoi raccontare.” Gli fa sbattere la faccia piatta a terra, dall’abitacolo recupera un coltellaccio da cucina per liberargli polsi e caviglie. Cerca di provare piacere nel vederlo strisciare, ma è uno spettacolo penoso. “Adesso ti rimetti in piedi e cammini verso i piloni,” dice, indicandogli la direzione.


Ora Cesare ha capito. Strizza gli occhi verdi e inizia a tremare. “Devo camminare nel Cervo?”

“Sì.”

“Sino a dove?” Passa le mani sui gomiti.

“Lo vedrai quando arrivi,” getta la lama e torna a sventolare il ferro.

Cesare valuta le opzioni. L’aguzzino ha un corpo secco che studia da pertica, mentre lui si ritrova con un fisico coltivato a sport e aria aperta. È agile e scattante ma esclude la possibilità di riuscire a schivare una pallottola. Così tra reagire e obbedire, sceglie di giustificarsi di nuovo. “Come devo dirglielo, Ann.”

L’uomo lo colpisce, in un lampo vola via una scheggia di dente e nel conto si aggiunge un labbro spaccato.

Beretta, non servono solo per sparare.


“Vedi di stare zitto.” Tra l’eco del rumore delle macchine, le vibrazioni della struttura e i lamenti del rigagnolo a uno sputo dalle orecchie, si sente solo un fruscio.

Cesare potrebbe anche aver inteso: “sei mai stato in Egitto?”

Certo, potrebbe anche aver sentito: “fa come Cristo, cammina sulle acque,” ma spalanca le palpebre che è un piacere quando il cane fa scricchiolare la molla.

Immerge la punta del piede senza levarsi le scarpe per scoprire un’ovvietà.

“Sbrigati,” lo spinge, “sino a quando tocchi non nuotare, altrimenti ti stanchi per nulla.”

Cesare naufraga in una pozzanghera, quando ha bevuto a sufficienza riemerge e infila aria nei polmoni.

“Dai,” lo raggiunge, “eri già fradicio,” e indica le nuvole antracite.


Tutti e due gocciolano da ogni dove, i capelli ricalcano la forma del cranio e le caviglie sono percosse dall’irruenza della corrente.

Avanzano nove millimetri alla volta.

Per la forza dell’abitudine spolverano con lo sguardo le montagne. Sono impalate sullo sfondo, mentre ogni cosa degenera. Nell’orizzonte inciampano sugli scheletri dei fabbriconi riconvertiti in call center e alla fine si schiantano sulla vista dell’ospedale abbandonato. Un vecchio convento stuprato da un monoblocco di calcestruzzo fascista, squadrato e grezzo quanto il vigore littorio.

Anche se Biella è medaglia d’oro per la resistenza porta ancora la camicia nera. La prima toponomastica agli occhi dei forestieri è dedicata alle ardite imprese del ventennio. Tanto per dire Adua, Macallè, Tripoli, Bengasi, Zara e via di Eia! Eia! Eia! Alalà, le due aquile in bronzo riciclate senza pudore, il giallo limone della stazione e la stucchevole architettura del palazzo dell’unione industriale.

Il freddo regala ossa di cristallo, basterebbe un brindisi per ridurle in frantumi. Emergono dall’ombelico alla testa. L’uomo tira dritto, non è uno che si sbottona coi sentimenti. Cesare Ramella prosegue oscillando tra la tentazione di arrivare alla meta e fuggire lontano, molto lontano. Mastica la miscela umida e pesante dei gas di scarico che cadono dall’alto, inghiotte troppo ossigeno sporco mentre il cuore accelera il ritmo. Vede il grosso sasso qualche metro avanti, sa di essere arrivato a destinazione.


Il masso è piatto, per dimensioni e forma ricorda un letto matrimoniale preparato con lenzuola sofficissime. Un posto invitante dove fermarsi a dormire. Invito rovinato dalla presenza di una informe chiazza arancione, frastagliata e irregolare, a forma di schizzo.

“Ma questo è,” Cesare cambia pensieri, poi: “è qui che”.

Morta, non lo dice. Alza la testa per misurare la picchiata dal mazzo di fiori attaccato al parapetto allo schianto. Trema come un sedicenne.

“Sì.” L’uomo preleva dalla tasca della giacca il cellulare di Cesare. “Fatti una foto e che si veda bene la pietra.”

“Non sono stato io. Era solo un gioco, uno scherzo.” Tutti uguali i pezzi del branco, quando passano da predatori a prede lasciano una scia di lacrime. “Non volevamo fare del male ad Ann”. Tiene per sè il nome. “Non pensavamo che sua figlia, arrivasse a fare”.


Anche questa volta lascia la frase a metà, evita di percorrere sino in fondo il sentiero che dalle parole arriva alle conseguenze.

“Fallo e postala su tutti i social.” L’uomo mostra una manciata di denti, poi: “scrivi, ecco come finiscono i miei giochi.”

Il selfie che ne viene fuori è allegro quanto una barzelletta scontata. Lo scatto è un’indistinta sfumatura di grigio, tra i due soggetti è difficile capire quale sia il più pallido, se il ragazzo con la faccia triste o la roccia con l’espressione dura.

Cesare fa ballare il tip tap alle dita. “Mi lascerà andare, vero?”

“Come no.”

Il proiettile imprime i contorni del terzo occhio sulla fronte di Cesare, apre una finestra sull’infinito da cui si affaccerà sull’eternità. Il sangue nuovo non lava la lapide, la sporca e basta.

venerdì 17 febbraio 2017

Sat Nam, il suo nome è Verità.




La prima volta che ho ascoltato Le Mura mi trovavo a un concerto de Il Teatro degli Orrori e, come si dice in questi casi, è stato subito amore. Tornato a casa, ho cercato sul loro conto quante più informazioni potevo e per giorni ho ascoltato in loop la bellissima “Uccidi il padrone”.



Quando ti innamori al primo ascolto hai due possibilità: o adori qualunque cosa che farà il gruppo in futuro oppure sarà come il risveglio dopo la prima notte d’amore.

Quella in cui la vedi senza trucco e, beh sapete come va a finire.

Per farvi capire come è andato il primo ascolto di Sat Nam, il loro nuovo album, vi dico solo che mi sono alzato e ho preparato la miglior colazione di sempre!

Se la meritano.

Il disco è stato pubblicato venerdì 17 ed è così buono che non c’è sfortuna che possa ledere la buona stella di questo lavoro.

Registrato al Real Sound di Milano e prodotto da Ettore “Ette” Gilardoni per Maciste Dischi è uno di quegli album che può finire senza problemi nella collezione degli amanti della buona musica rock, quella nuda e cruda che soffia nelle orecchie di chi ascolta la passione attorcigliata a un sound visionario e psichedelico.


Per l’occasione non si presentano da soli e possono vantare la collaborazione di Roberto Dell’Era (Afterhours, The Winstons), in La Donna giusta e Lino Gitto (The Winstons, Dellera) in Bestemmierò.

Musica che per fortuna poco o nulla ha a che fare con il peggior rumore italiano, ma si ricollega a sonorità e potenza degli anni ’70.

Per quanto possa tirarla per le lunghe e chiacchierare del più e del meno, le mie parole non servono a nulla, solo l’ascolto può convincervi e, credetemi, lo farà.

Passiamo alle presentazioni, chi sono Le Mura? Andrea Imperi (Voce), Gabriele Proietti (Chitarra), Gabriele Correddu (Basso), Bruno Mirabella (Batteria).


Il tema fondamentale è la femminilità vissuta come un’ossessione, un chiodo fisso che oscilla tra la sensualità e la capacità di alimentare deliri e paranoie. Lo stile musicale è personale, riconoscibile al primo ascolto in mezzo alla folla di album stampati in catena di montaggio, ma scendiamo nel dettaglio.

Il disco si apre con Tutto mi sta portando a te. Le pulsazioni della batteria e del basso hanno il potere di trascinarvi sulla strada da percorrere per giungere là dove nessun altro amante è mai giunto prima.



In Tilt si sente il respiro breve di una fuga inutile, quella lontano dai fiori del male, dalla crisi e dal rimanere da soli con un coltello in mano dopo aver incendiato il letto.


Con La donna giusta il mondo si ricompone in qualcosa di paradisiaco. Vi sembrerà che gli strumenti siano ricoperti di zucchero ma il brano ha il potere di ricordarvi perché davanti a quella giusta: “se fossi scemo diventeresti intelligente e se fossi intelligente diventeresti scemo”. Ah, l’amour!


Tapis roulant è un’interferenza nel senso, un posto in cui anche la stralunata chitarra elettrica iniziale si chiede cosa ci facciamo in un posto “dove si va ma non si va”.


Tu non capisci niente Jack. Un piacevolissimo ronzio armonico per spiegare a chi non conosce l’amore e vive chiuso in casa perché la vita, il mondo e tutto il resto è un posto fastidioso e in bianco e nero.

Las veglia. Si apre con il ticchettio delle bacchette. Il battito del basso e l’incedere della chitarra sono un metronomo per la profonda dichiarazione di odio verso il simbolo del fallimento dell’uomo.

Eleggerei Che cazzo mi frega come inno al libero interessamento alle cose “importanti” del mondo. Andrea ha la voce perfetta per dare il peso giusto al valore di una pagina facebook, ai vincitori di x-factor e alla “grande competenza e di un piccolo sapere” di un mondo che ha perso la bussola.


Adesso sei pronta. Le scosse elettriche della chitarra mettono in moto la voglia di incontrare sé stessi. Ascoltare questo pezzo mi ha riportato indietro nei primi anni ‘80, quando il rock era una insistente pulsione oscura post punk.


Tornerò in Salento a vomitare. In un momento di noia, Le Mura hanno offerto da bere alla vita in stile anni ‘60 e quella si è sbronzata sino all’osso. Hanno mescolato qualche nota, alzato il volume degli amplificatori e fatto nuove esperienze, ma è rimasta la voglia di tornare e rifare tutto dal principio.

Sat Nam si chiude con Bestemmierò, nel brano la chitarra vi cullerà su tutta la musica, alla deriva verso un destino che ancora deve venire ma che già si conosce.

Non vi resta altro che recuperare la vostra copia di Sat Nam nel negozio on line di Maciste Dischi.

Buon ascolto!