giovedì 3 novembre 2016

El Jefe.


Un altro racconto era proprio quello che ci voleva? Direi di no, ma scriverli per lasciarli invecchiare dimenticati in qualche chiave usb non mi sembra una gran cosa, così...


El Jefe.


Ora.

Sia chiaro, non è una scienza esatta, ma puoi capire la personalità di qualcuno dal calibro che usa per spedirti all’altro mondo. Ad esempio, sono dalla parte meno divertente di una Colt .44, un revolver da vero pistolero. Capisco che chi la stringe è un tipo sulle righe, uno spaccone. Otterrebbe un buon risultato anche con una .22, ma no che non è lo stesso per uno così. Come minimo, vuole uno spettacolo ad ogni proiettile. Il sangue deve spruzzare ad almeno un metro e più sarà grande il foro di uscita, più soddisferà la sua vanità.
Uno così non va per le sottili. Quando spara sembra dire: ehi, tu mi hai sfidato e io ti distruggo.
Che, visto o non visto, è la frase che sta meglio in bocca al mangiafagioli che ho davanti.
Tranquilli, non è un messicano vero, magari di quelli pericolosi del cartello. No, è solo un bulletto palestrato che infila tre parole spagnole ogni mezza di italiano.
Il ragazzo però non si è dedicato solo al crimine, dopo il primo passaggio in galera ha capito che doveva essere qualcosa di più. Allora si è messo d’impegno a pompare i muscoli, inchiostrarsi la carne e leggere la vita e le opere dei grandi criminali.
Tanto per infilare qualche concetto in quella testa vuota.
E' così che ha creato “El Jefe”, il Boss.
Come sono finito a fare da bersaglio alla sua pistola? Se questa fosse una favola, inizierebbe con un C’era una volta…

Primo giorno.

Era una notte buia e tempestosa quella in cui entrai al Mescaleros, un pub in stile messicano incastrato tra un discount e un’autofficina meccanica. Un vecchio capannone riconvertito ad abbeveratoio, farcito di polistirolo per assomigliare al Titty Twister e con due manichini sulla porta sputati ai fratelli Gecko.
Quella topaia era quanto bastava per far credere a El Jefe di vivere dentro a Dal Tramonto all’Alba. Il problema di un gangasta come Vincenzo Masciulli era la mancanza di fantasia. Senza una tradizione, aveva preso la meno peggio, ci aveva aggiunto qualcosa di suo e se l’era appiccicata addosso, come una seconda pelle.
Quel qualcosa di personale erano un tavolaccio con un’estremità in radica lucida come neanche l’asfalto bagnato nei film noir e il trono dorato su cui si sedeva al centro del locale.
In anticipo sulla solita marea degli habitué, mi ritrovai a pascolare nel deserto.
Scelsi di accomodarmi su un trespolo nel lato più buio del bancone.
“Con o senza?” A parlare era un barista che non assomigliava a Danny Trejo, era più un tipo alla Alvaro Vitali. Secco e basso come un bambino, pochi capelli neri sul cranio e un surplus di pelle.
“Con o senza, cosa?”
Prima di rispondermi, alzò gli occhi al cielo. Se pregava il buon Gesù di farlo crescere ancora un po’, come minimo era in ritardo di vent’anni. “La birra, la vuoi con o senza tequila?” Mi fece il favore di tradurre.
“Fammi un giro con”, dissi e tirai fuori dalla tasca una banconota da dieci.
Prese una birra, la stappò e la consacrò all’unico discepolo presente. Con la faccia delle grandi occasioni, ne gettò un po’ troppa nel lavello, sostituì l’ammanco con due dita del liquore, una goccia di tabasco e affogò la fetta di limone.
“Il primo giro è pronto.” Mi piazzò la bottiglia davanti e fece sparire il denaro.
Buttai giù un sorso.
“Buona, – mentii – com’è che non ci hai messo pure il sale?”
Ci pensò su un attimo, ma non troppo. Sparì in cucina. Riapparve con un  barattolo a forma di gatto. Mancava metà della calotta cranica del felino e sulla fronte c’era scritto salt.
Ne preparò una per sé. Seppellì la fettina di limone nel sale prima di farla annegare nella sua ricetta segreta. Ne bevve metà in un sorso. Mostrò una faccia soddisfatta e trattenne un rutto. “Mi sa che hai avuto una buona idea.” Agitò quello che rimaneva come fosse un Martini, poi scolò il resto.
Alzai il mio beverone e lo inclinai verso di lui, alla sua salute.
 “Ok, questa te la sei guadagnata - mi restituì il biglietto da dieci - è la prima volta che passi di qua, vero?”
Annuii.
“Dimmi, sei qui per divertirti o per affari?”
“Quello che capita, ma chi è che si siede lì?” feci un cenno verso il trono.
“Ah, quello è il posto di El Jefe, il padrone della baracca, l’uomo giusto se vuoi fare affari.”
Alla fine, il barista non era così antipatico. Mi disse che Vincenzo il locale se l’era comprato, ma dimenticò di aggiungere che i soldi con cui lo pagò erano dello spaccio e di qualche altro giro criminale. Ancora prima di possederlo sapeva già come lo voleva arredare, ma non aveva ancora trovato un nome adatto. Com’è come non è, il piccolo imprenditore aveva scoperto l’esistenza della tribù dei Mescaleros. Niente di più che il nome messicano degli Apache dediti all’uso di qualche allucinogeno.
Certo, una marea di chiacchiere inutili, ma che faceva emergere qualcosa in più. Pur avendo messo insieme una banda criminale, non era troppo attento. Se aveva un problema, non pensava a una soluzione, si limitava a cercarla.
Improvvisava e credeva di essere il dritto a cui tutte le ciambelle riuscivano sempre con il buco.
Tra una birra e l’altra, avevo abbreviato la sorveglianza di un paio di giorni. Decisi di rimanere giusto il tempo per vedere come si muoveva.
Le informazioni del contatto, i racconti del barman e le mie prime impressioni coincidevano.
Sapevo con chi avevo a che fare: uno spaccone un po’ più furbo della media.
Il bersaglio arrivò. Era circondato da gringo finto messicani; erano in cinque vestiti nella maniera adatta per fare coreografia, ma solo tre erano armati.
Uno indossava pantaloni militari, il tessuto era una monotonia desertica. Aveva diversi posti dove riporre la pistola, ma la teneva nella tasca dell’inguine.
Era abituato a portarla lì.
Aveva più di chili del necessario, abbastanza da tendergli il giro vita, quindi conveniva liquidarlo quando era seduto, senza lasciargli il tempo di alzarsi.
Gli altri due portavano il ferro nella cinta, dietro alla schiena.
Uno aveva una cicatrice sulla fronte, l’altro era mancino e il calcio stava a sinistra.
Presi nota, non volevo trovarmi a fissare la mano sbagliata durante una sparatoria.
Non erano delle guardie del corpo efficienti. Per quello che ne potevo sapere, avevano già affrontato qualche scontro a fuoco. Potevano crearmi qualche difficoltà.
El Jefe era tutto di un’altra pasta. Stivali di coccodrillo, blue jeans sgualciti, una fibbia a patacca lucida e dorata. Una canottiera bianca, attillata sui muscoli, in parte coperta da una camicia rosso fuoco. Indossava una fondina ascellare e portava una Colt Anaconda a canna media.
Non era esattamente l’arma adatta a un apache tossico.
Forse avevo fatto confusione o si sentiva un po’ troppo Billy the Kid.
Per via del rinculo doveva usare due mani, oppure prepararsi a un polso acciaccato.
La pelle era del colorito giusto per sembrare quella di un latinos. Neanche a dirlo, i pochi tatuaggi visibili sul petto erano delle scritte messicane e sul cuore un teschio agghindato per el dia de los muertos, farcito di crocifissi, fiori e gioielli.
Anche i capelli erano scuri e lisci al punto giusto. Aveva una faccia a spigoli sporcata da una barbetta insipida. Restai a guardarlo mentre beveva e parlava come il Re Sole alla sua Versailles. 
Con l’arrivo degli altri clienti, mi ritrovai da solo.

Secondo giorno.

Milano, una città che non conoscevo. Il contatto era stato preciso. Al rientro dal Mescaleros mi ritrovai in una reception affollata. Niente puttane o spacciatori in vista, era un posto rispettabile.
C’era abbastanza personale per non parlare due volte con lo stesso addetto e l’entrata principale dava su di una via trafficata.
Come al solito, io da una parte e i ferri del mestiere da un’altra. Non volevo che il servizio in camera inciampasse in una .38 o che la donna delle pulizie mi spolverasse il bagaglio, magari in cerca di un extra, e si dovesse accontentare di un fucile di precisione silenziato.
Alle 6:00 il telefono squillò. Risposi. Avevo tre ore prima che El Jefe desse segni di vita, ma non per questo potevo dormire come lui.
L’acqua fredda della doccia fece scivolare via il sonno. Scesi a fare colazione.
Nella sala ristoro eravamo io e un’amabile pensionata. Quando mi vide vicino al dispenser del caffè, decise di tendermi un agguato.
“Lo sa che assomiglia a mio figlio?” Si avvicinò e attaccò il discorso nella maniera più scontata. “Mi sa che ha anche la sua stessa età”, proseguì pensando che fossi intenzionato a scambiare qualche parola con lei.
Visto che dovevo sorbirmi il messicano, rispolverai il mio spagnolo. “Sencillamente no te entiendo.” Semplicemente non ti capisco, mi ero permesso di darle del tu, ma non credo se ne intendesse a tal punto da darmi dello screanzato.
“Ah, allora lei è spagnolo?” Mi chiese alzando notevolmente il volume della voce.
Chissà perché, ma la carne secca fatta donna era convinta che parlando con un tono più alto riuscissi a comprendere il suo idioma. Mi misi a rimirare il soffitto, vidi che anche lei prese a occhieggiare verso l’alto. Scelsi una parola spagnola facile, qualcosa che potesse comprendere anche lei, la mescolai con un po’ di italiano, un verbo fuori tempo e scombussolai la sintassi.
Señora, il cazzo la pregherò di non disturbarmi.” Sibilai la s per ingannarla, poi ribadii il concetto con un :“grammy, suck my dick, please.”
“Oh, non è così che si dice, qualunque cosa lei abbia detto.” A momenti sputò la dentiera sul tavolino. Aveva smesso di ascoltare appena sentita la parola cazzo.
“Non ripeta più quella parola con la c, è da maleducati.” Per fortuna si scollò e mi lasciò in pace.

Ora.

“Donde estas la borsa di pelle?” Vincenzo preme la pistola sulla mia fronte e tiene a freno il fiatone.
“Ascolta, yo no hablo espanol, cerca di parlare italiano”, dico e riesco a sentire il suo cervello che si inceppa. Fa più o meno questo rumore: mi prende per il culo, com’è che mi dice in spagnolo che non parla spagnolo?
Voglio farlo uscire dal suo personaggio, vedere quanto è duro se è solo Vincenzo.
Ignoro il dolore al polpaccio destro. Sul pavimento c’è un po’ del mio sangue, ma è poca cosa.
Sento la scarpa incollarsi al piede e ogni volta che mi muovo.
Sono stato fortunato, vivo anche se zoppo e agile quanto la gentile vecchietta con cui avevo fatto colazione.
Stringo i denti.
“Hombre, sono io che comando, capito?” Ha il fiato corto, ma sembra sulla via buona per ritornare a respirare.
“Cosa vuol dire hombre?” Insisto, arriverà a un punto in cui dovrà premere quel cazzo di grilletto.
Cojón - con il pollice attira il cane verso di sé – come cazzo è che non sai nemmeno quattro parole messicane?” Inghiotte dell’aria. Inspira con le narici.
Francamente, non so che rispondergli. “Mentre ti facevi le seghe, io lavoravo e non avevo tempo per fare il bullo.” Ok, questa è un po’ da duro anni ’80, vecchio stampo, ma non sapendo che fare l’ho gettata comunque sul piatto.
Arretra di un passo, mi colpisce con la canna. Lo lascio fare. Fa male, ma insisto, non è un professionista.
"Se vuoi fare un bel lavoro, prima di tutto usi il calcio, non la canna. Ovviamente devi bloccare il ponticello con il dito, sennò ti spari addosso. Vuoi la tua borsa, Vincenzo?”
“Non mi chiamare così cabrón, yo soy El Jefe.” Parte il secondo tempo del pestaggio, ma non punta alla testa, mi assesta un calcio sulla ferita.

Secondo giorno.

Il mio posto sicuro era un appartamento a due passi dal covo di Vincenzo, una casetta a Rozzano con tanto di porticato e vista su una cintura di palazzi. Tra lui e me c’erano un cortile e una strada. Dalla finestra della cucina potevo contare i fili d’erba del suo prato. Non si trattava di fortuna, ma di organizzazione. Il contatto aveva mandato la famiglia in vacanza per farmi avere la migliore postazione da cui spiare il bersaglio. Indossavo sempre i guanti in lattice, non volevo lasciare le mie impronte da qualche parte. Vincenzo non immaginava nemmeno quanto fossero pericolose le persone che lo volevano morto. Avendo scampato due attentati, di quelli mafia style, si era messo in testa che nessuno ci avrebbe più provato e di essere intoccabile.
In realtà, Loro facevano di tutto per non farsi notare. Secondo qualche politico, al nord la mafia non esisteva. Così, anziché continuare ad attirare l’attenzione con motorini truccati e guappi con il casco, preferivano dare all’uscita di scena un taglio più “borghese”.
Certe cose succedono solo da Napoli in giù, mentre un omicidio fatto in silenzio e senza troppe sbavature poteva sembrare una normale notizia di cronaca nera.
Evidentemente, il mio operato non avrebbe sollevato inchieste giornalistiche e polveroni mediatici. Mi ero portato due pistole, erano abbastanza per fare un bel lavoro.
Osservavo i sei pezzi della Beretta .22. Pulii e lubrificai il tutto. Non era nient’altro che il mio rituale portafortuna, perché ogni cosa scorresse liscia come l’olio.
Rimontai l’arma e la piazzai con del nastro isolante sotto il tavolo.
Passai alla .38, una Glock e anche qui mi assicurai che fosse a posto. Indossai la fondina alla cintura con sistema di sblocco all’estrazione.
Non volevo perdere tempo al momento del bisogno e di solito non la impugnavo per esibirla.
Indossai una giacca leggera e scesi in macchina. Una Volkswagen Polo verdone, abbastanza anonima da passare inosservata.
Per non dare nell’occhio, i Jefe soldier’s si spostavano a bordo di una Hummer gialla. Mancava solo l’insegna al neon per attirare gli sguardi dei poliziotti più distratti, ma tant’è.
Vincenzo uscì con un uomo, quello col ferro in tasca. Azionò l’allarme dell’abitazione con un comandino e appena salirono a bordo, l’auto si mise in moto.
Valutando l’ipotesi di un tiro da lontano, capii perché si spostavano con quel carro armato. Rischiavano di farsi notare, ma copriva buona parte della visuale sul breve tragitto che percorreva al mattino, oltre a offrire un buon riparo.
Fortunati? Forse, ma  non erano proprio così stupidi come pensavo.
La mattinata la trascorsero in “ufficio” sino alle 15 e non uscirono nemmeno per pranzare. Un  appartamento al terzo piano di un palazzo su Corso Buenos Aires. Scartai l’opzione. Uno dei suoi rimaneva nell’atrio e tra commercialisti e avvocati circolavano troppe persone. Facile entrare, difficile passare inosservato dopo il primo sparo.
Nel pomeriggio controllarono il giro dello spaccio. I tre armati erano sempre con lui. I suoi spacciatori lavoravano al centro di una piazza con diverse opzioni per la fuga o per il controllo della zona e liquidare la concorrenza. Prima però c’erano due blocchi, le vedette e la cavalleria. I primi erano sempre ragazzetti o simili e se ne stavano a bordo strada a notare le cose strane, mentre i secondi erano motorizzati, armati e pronti a intervenire in caso di bisogno.
Troppe variabili e poi il contatto non voleva una cosa da strada.
La cena era un incubo; il ristorante aveva più telecamere di uno studio televisivo.
Verso le otto ripeteva per lo più il giro di controllo, ma al contrario e senza fermarsi. Il tempo risparmiato lo impiegò  passando dalle sue puttane.
Alle 23:00 arrivò al Mescaleros. Forse lì si sentiva al sicuro. Era il posto con meno imprevisti e l’attenzione scendeva.
El Jefe e i suoi Rancheros si rilassavano dopo una dura giornata di lavoro.
Tornai all’appartamento, era inutile aspettare che uscisse o che io entrassi a controllare.
L’allegra comitiva rientrò intorno alle 2:30. Vincenzo era abbastanza alticcio, riuscì a malapena a premere il comandino dell’allarme e, soprattutto, si rinchiuse nella sua fortezza con un solo uomo.
Quella sera toccava al mancino.
Il fuoristrada fece inversione a U e sparì in pochi secondi.
Dopo aver chiuso la porta, nel giro di trenta minuti si spensero tutte le luci.
La casa era il posto ideale. Dovevo capire che tipo di allarme aveva e portarmi dietro un silenziatore.

Ora.

Accuso il colpo e sento aumentare il dolore sulla gamba.
“Te lo ripeto, non è qui la tua borsetta, ti pare che me la portavo appresso?”
“Dov’è?”
“Se ti dico che è al sicuro, ti basta come risposta?”
Scuote la testa. Nonostante tutto, ci stiamo divertendo come due vecchi amici. Abbiamo giocato a guardie e ladri. Sino a qualche minuto fa, mi stava sparando addosso ma ormai è acqua passata.
Sollevo la gamba e per un microsecondo provo sollievo.
“Gringo, com’è che non hai paura?” Guarda la sua .44. “In fondo sono io quello con la pistola.” Torna a sventolarla, tanto per farmi un po’ d’aria sotto il naso.
“Vedi, se io fossi Gian Maria Volontè con un fucile e tu Clint Eastwood con una pistola, ti assicuro che non sarei troppo sereno, ma al momento non ho nulla di cui preoccuparmi, davvero.”
“Tu sei tutto matto.”
Nonostante io assomigli a una gru, cerco di minacciarlo. “Senti, vogliamo aspettare che arrivi la Polizia, oppure ci decidiamo a chiuderla qui?” Dico, sbadigliando. Non per altro, i minuti passano e con tutto il casino che abbiamo fatto, rischiamo di avere compagnia.
“Dammi la sacca, così mi sbrigo ad ammazzarti.”
“Io ho un’ idea migliore.”

Terzo giorno.

Niente albergo, dovetti accontentarmi del letto padronale. Stesi un telo di plastica e ci dormii sopra. Non fu una cosa comoda, il materasso era stato sfondato da un eccessivo utilizzo. Chi abitava qui, o si accoppiava con la frequenza dei conigli e a forza di dai e dai lo aveva ucciso con diverse prodezze erotiche, oppure da anni calibrava le spese reputando il riposo meno importante della spettacolare visione offerta dalla collaborazione tra un lettore blu-ray 3D full hd, il 60 pollici smart tv hyperreal engine e un potentissimo dolby surround installato in tutto il salotto.
Seppellite in un cassetto trovai le foto di famiglia. No, non sembrava gente che si accoppiava di frequente. Non avevano figli e la stanza in più era una sorta di sgabuzzino in cui uno dei due, forse il marito, aveva stipato tutti i piccoli furtarelli dal posto di lavoro. Si trattava per lo più di materiali idraulici, teloni e attrezzi, tutta roba buona per i lavori di manutenzione domestica che riusciva a inventarsi. La moglie doveva essere una maniaca dell’ordine e della pulizia. Qualunque oggetto tridimensionale presente tra le mura possedeva lo stesso aroma ai fiori d’arancio dello sgrassatore, di cui trovai un’abbondante scorta schierata in tre file di cinque pezzi ciascuna sotto il lavello del bagno. Nessuna traccia di polvere nemmeno sopra la scarpiera all’ingresso. I vestiti, tutta roba da quattro soldi dal taglio e dai colori troppo giovanili per due over cinquanta.
Decisi di non fare nemmeno il caffè; di sicuro la guardiana del focolare domestico avrebbe notato qualche traccia di sporco molesta.
Alle 8:57 mi affacciai alla finestra per verificare che uscissero come al solito. Sei minuti dopo non c’era più nessuno.
Scesi in strada e controllai il sistema di allarme. Diedi una rapida occhiata e vidi che avevano scelto il Top Class degli antifurti, era praticamente impossibile entrare senza far scattare la sirena, ma era possibile disturbare il segnale delle onde radio e accedere alle frequenze esatte per disattivarlo, come se avessi un comandino.
Non sarei mai diventato un killer se fosse bastato un allarme a fermarmi.
Tornai all’albergo per mettere in disordine la camera e dare l’impressione di averci dormito dentro, poi passai il resto del tempo libero a spasso per il centro della città. Li riagganciai alle tre del pomeriggio, quando El Jefe e i suoi uscirono puntuali dal parcheggio sotterraneo del palazzo per compiere gli stessi spostamenti.

Ora.

“Vete a la chingada.” No, la mia idea non gli interessa, crede che sia solo un’altra perdita di tempo. “Muévete rápido.” Attaccò a incitarmi come se fossi un cavallo. Vuole che mi sposti lontano dalla sua portata.
Zoppico sino a quando non è soddisfatto.
Davvero, è convinto che la borsa sia qui in giro, da qualche parte.
Sorrido all’idea di lasciarlo mettere a soqquadro, immaginando la reazione isterica della maniaca dell’ordine e della pulizia quando dovrà nettare il mio sangue, riordinare il casino e giustificare la presenza di un cadavere.
Siccome non posso godermi la faccia della donna, è ora di smetterla.
Pendejo.” Parlo in spagnolo, per attirare la sua attenzione.
“Ma allora tu parli messicano?”
“Sì.”

Quarto giorno.

Decisi di entrare in azione, ma avrei comunque verificato gli spostamenti. Nessun pedinamento stretto, solo un’osservazione da lontano. Dopo la partenza, avrei fatto un sopralluogo nell’abitazione, per sapere come muovermi una volta all’interno.
Nella notte avrei fatto il lavoro.
Ma ci fu un grosso cambiamento che mi costrinse a modificare i piani.
Alle 9:00 non arrivò la Hummer, ma una Croma blu, da politico. Non era la prima volta che vedevo andare a braccetto criminali e amministratori pubblici, ma non si trattava di una visita di cortesia. I vetri oscurati non facevano capire quante persone ci fossero a bordo. Scese un gorilla che doveva fingere di essere un autista; indossava un’anonima divisa elegante, ma i muscoli che la farcivano non se li era fatti sterzando e accelerando tra un semaforo e l’altro.
Chissà se aveva un porto d’armi per il classico rigonfiamento sotto l’ascella.
Da bambino educato, suonò il citofono e attese che qualcuno gli aprisse. Fu accolto da El Jefe in persona ma non sembrava contento di vederlo.
Si scambiarono un paio di chiacchiere non molto amichevoli, poi lo ignorò e puntò in direzione dell’automobile.
Temendo di passare inosservato e di dover fare un po’ di anticamera prima che qualcuno si accorgesse di lui, attirò l’attenzione battendo il palmo sul tettuccio. Dalla porta sbucò la guardia del corpo del giorno che teneva sotto tiro con la pistola il finto autista.
Vincenzo alzò la voce, riuscii a capire soltanto due parole: “matar” e “stampa.”
Abbastanza per intendere che non esponeva la sua soddisfazione nell’impegno di attuare il programma politico dell’eletto, ma stava dando un giro di vite a un ricatto bello e buono.
El chico azzerò le giustificazioni impugnando il ferro. “Adelante”, disse per costringerlo a obbedire.
Alla fine, all’autista fu concesso di rimettersi al posto di guida e il carrozzone scomparve in un soffio.
El Jefe si barricò in casa.
Tutte queste novità non mi entusiasmavano. Non mancavo di flessibilità per adattarmi, solo che non si può improvvisare un omicidio, così tanto per.
Dovevo capire cosa stava accadendo.
Passai un paio d’ore a tenere sotto controllo la situazione. Il traffico era pressoché inesistente, un paio di macchine. Sul marciapiedi camminavano solo residenti; tutte le persone a piedi, poco prima di passare davanti alla villetta, si assicuravano di attraversare la strada e restavano sull’altro lato. Nel quartiere non aleggiava la paura generica per la criminalità, sapevano benissimo dove abitava il criminale e facevano di tutto per evitarlo.
La macchina blu fece ritorno. Meno coreografia rispetto al precedente incontro. L’autista scese, dal cofano recuperò una borsa di pelle nera. Una specie di sacca da bowling con i manici o, se preferite, qualcosa di molto simile alle portavalori che le banche regalano ai facoltosi che fanno operazioni ai loro sportelli.
Bene, alla fine erano anche comparsi dal nulla altri soldi.
Terminato lo scambio, Jefe e il suo uomo si diedero da fare per chiudere tutte le persiane. Il pistolero che aveva appresso, fece anche un salto in strada per staccare il contatore dell’Enel, chiudere l’acqua e il manicotto del gas.
Si stavano preparando a lasciare quel posto.
Ecco come vennero vanificati i miei giorni di lavoro. Avrei dovuto ricominciare da capo.
Il telefono all’entrata iniziò a squillare.
Non stava in piedi che, nel momento in cui tutto era saltato, qualcuno componesse per errore questo numero o che qualche parente ignaro della partenza dei congiunti facesse una chiamata proprio ora.
Non esistevano coincidenze e in quattro giorni l’apparecchio era rimasto muto.
Sollevai la cornetta e appoggiai l’orecchio.
“Al bersaglio è stata consegnata una borsa, è prioritario che venga recuperata – un attimo di pausa -  intervieni subito.”
La comunicazione si interruppe.
Era il contatto. Ora non voleva solo un assassinio, ma anche un recupero.
No, c’era qualcosa di più importante dei soldi o della droga.
Scesi in strada e mi accomodai sul sedile della Polo, in attesa degli sviluppi.
Non passò molto e la portaerei gialla fece capolino nella via. El Jefe uscì, trascinando due voluminose valigie rigide.
“È tutto pronto?” disse, al tiratore con la pistola in tasca.
“Certo, Tijuana ci aspetta.”
“Adios Milano.”
Non partivano per scattare qualche foto e rosolarsi su qualche spiaggia sull’oceano, stavano scappando.
Quattro tiri in mezzo a una strada deserta potevano anche essere una buona soluzione o un compromesso accettabile.
Nel caso non sarei tornato a lavorare da queste parti per molto tempo e del resto se ne sarebbe occupato il contatto.
Alla guida c’era quello con la ferita sulla fronte. Il mancino e l’altro pistolero erano in casa.
Affanculo Jefe.” Avvitai il silenziatore e scesi con la .38.
Appena sceso, mirai all’autista.
Flop.
Non se n’era nemmeno accorto e avevo tagliato la possibilità di una fuga veloce.
Una leggera corsa e arrivai sulla porta di casa. Gettai un occhio all’interno. Non amavo operare in ambienti estranei ma non avevo alternative. Un lungo corridoio costeggiava una scala e sfociava in una sala da pranzo.
Avevo via libera.
Prima di entrare, ascoltai.
Rumore di passi al piano superiore.
Fu in quel momento che arrivò una Ford Fiesta rossa. Un colpo di pistola partì ancora prima che l’auto potesse parcheggiare. Riuscii a girarmi appena in tempo per vedere delle schegge di legno schizzare via dallo stipite dell’entrata.
L’effetto sorpresa era saltato.
Senza pensare mirai verso l’automobile.
Flop.
Il primo colpo infranse il finestrino posteriore dell’auto ancora in corsa.
L’autista frenò e fece lo sbaglio di fermarsi.
Flop.
L’uomo sul sedile del passeggero si accasciò e la sua pistola cadde fuori dall’abitacolo.
“Che cazzo avete da sparare?” Era El Jefe e urlava come un maiale sgozzato.
L’uomo alla guida doveva ancora capire cosa stava succedendo e da dove arrivasse tutto quel sangue.
Flop.
Azzerai il problema.
Gli scagnozzi di Vincenzo erano cinque, non tre.
Avevo fatto un errore, li avevo sottovalutati.
Erano molto più furbi di quanto fossi riuscito a immaginare.
Poteva costarmi la vita.
Al Mescaleros erano entrati assieme, significava che seguivano il capo con un'altra macchina.
Dov’erano durante il pedinamento e come avevano fatto a non notarmi?
Lasciai perdere, non avevo tempo per speculare.
Salii i gradini due alla volta. Il mancino stava estraendo.
Flop.
Ne mancavano altri due.
El Jefe sbucò dalla prima camera a destra. “Ma si può sapere cosa…” Non terminò la frase. Quando era sotto stress lasciava perdere il messicano.
Appena mi vide, coprì il prezioso carico con le braccia e tornò indietro.
Potevano fuggire dalla finestra.
Non c’era tempo.
Uno scatto e arrivai nella camera. Vincenzo era già sul davanzale. La sua ultima guardia del corpo, quello mancino, sollevò l’arma. Sparai senza mirare. Il colpo si schiantò a una trentina di centimetri dalla sua testa. Gli fu fatale il colpo d’occhio per controllare se il suo capo era ancora vivo.
Sparai un altro colpo un istante prima di lui.
Il suo proiettile fece un buco in mezzo ai miei piedi.
Sentii un bruciore intenso al polpaccio destro.
Ero stato colpito.
El Jefe impugnava la pistola.
Partì il primo colpo.
Cercai di spostarmi ma la gamba cedette e finii a terra.
Lo vidi perdere l’equilibrio. Lasciò cadere la borsa per aggrapparsi al muro, ma non ci riuscì.
Lo sentii rotolare sulla veranda.
Sparò un altro colpo.
Speravo si fosse ammazzato da solo.
“Vengo a prenderti, hijo de puta.” Purtroppo non ero stato abbastanza fortunato. Mi alzai appoggiandomi sul letto e cercai di capire cosa fare. Vincenzo preso dalla foga sarebbe tornato in casa, avrebbe salito le scale, oppure poteva aspettare che mi affacciassi alla finestra.
Quando riuscii a prendere la borsa ero giunto a metà dell’opera, ma il peggio non era ancora passato.
Dall’inizio erano trascorsi meno di cinque minuti. Per la prima volta avevo un attimo di respiro, ma non potevo prendermela comoda, non senza prima aver fatto anche la seconda metà del lavoro. Restando chinato, raggiunsi il letto. A ogni passo il dolore lanciava una fitta e mi faceva dondolare come un cavalluccio. Presi un cuscino e lo sventolai davanti all’imposta.
Non accadde nulla.
Aveva scelto l’azione, non si aspettava di vedermi affacciare.
Poteva sbucare da un momento all’altro.
Lasciai cadere il mio misero diversivo e decisi che era giunto il momento di uscire. Appena mi sporsi lo vidi. Quel figlio di un cane mi aspettava, era stato abbastanza pronto da non imbottire di piombo il suo cuscino. Due colpi in rapida successione, uno doveva essermi passato così vicino da farmi la barba.
Sino a quel momento eravamo stati tutti e due assistiti dalla dea bendata.
Il primo che avesse fatto l’errore più grande sarebbe morto.
Lo sentii correre al piano di sotto. Finalmente si era deciso a muoversi. Aspettai di sentire i suoi passi per le scale e iniziai a scendere. La borsa, la pistola e la ferita mi complicarono l’operazione. Gettai i primi due e cercai di non spezzarmi l’osso del collo. Atterai rotolando.
Saltare da un paio di metri non fu il momento più bello della giornata, ma almeno mi ero tolto dai guai.
Raccolsi la borsa. Con la coda dell’occhio notai sui balconi di fronte una decina di persone. Avevamo un pubblico.
Cercai di individuare l’arma, ma un altro colpo sparato da El Jefe mi convinse a lasciar perdere e a tentare di togliermi da questa situazione.
Cambiavo traiettoria il più possibile mentre ignoravo le stelle che vedevo ogni volta che la gamba destra reggeva tutto il mio peso.
Un colpo partì diretto alla Fiesta.
Mi riparai. “Ehi Jefe, vieni a prendermi.”
Lo sentii imprecare e urlare, ma non sparare. Utilizzai l’utilitaria come riparo e valutai se raccogliere la pistola appartenuta al morto.
Troppo rischioso.
La mastodontica Hummer mi coprì alla perfezione. Per riuscire a centrami, doveva sporgersi troppo.
Fui sollevato quando vidi che non mi teneva più sotto tiro.
Mi lasciai la strada e il cortile alle spalle claudicando piuttosto velocemente. La Polo poteva tornarmi utile per finire il lavoro.
Aprii la portiera, lanciai la borsa sul sedile posteriore. Tentai l’azzardo e corsi verso l’entrata principale del palazzo.
Era accostata, bastò spingerla.
Ci mancava solo che mi dovessi mettere ad aprirla con le chiavi.
El Jefe comparve in strada. Lo fissai mentre chiudevo la porta e gli mostrai il dito medio.
Avrebbe perso qualche minuto per entrare, secondi preziosi che avrei utilizzato per salvarmi la pellaccia.
Mi arrampicai sulle scale. Al pianerottolo sentii lo schianto contro il vetro dell’ingresso. Nessuno degli inquilini aveva scelto di continuare a guardare l’inseguimento nella tromba delle scale.
Se erano furbi, avevano sprangato le porte e si erano incollati al telefono per chiamare la Polizia.
Dal basso gli schianti contro il portone non cessavano.
Doveva essersi rotto di fracassarsi la spalla contro l’alluminio e i vetri, così sparò e lo sentii urlare nell’androne.
Era finita, potevo rilassarmi. Con tutta calma rientrai nell’appartamento, lasciai la soglia spalancata e mi diressi in cucina.
“Ciao, sono a casa”, dissi mettendomi a ridere.

Ora.
   
Il fatto che io parli messicano lo ha stupito. Ha aggrottato le sopracciglia quasi sino a unirle.
“So anche contare”, mi appoggio sul tavolo per alleviare il dolore alla gamba.
“Cosa cazzo c’entra che sai anche contare?” Urla, questa volta mi sa che ha perso la pazienza.
“Pensa a cosa ti serve un revolver dopo che hai sparato sei proiettili.”
Preme il grilletto, io allungo una mano e prendo la .22 attaccata sotto il tavolo.
“I ruoli si sono invertiti, ma sai qual è la differenza?”
Cerca di spararmi un’altra volta, magari crede che nel frattempo gli siano cresciute un paio di pallottole nel tamburo.
“Tu non hai nulla che io voglia.” Premo il grilletto.
Finalmente è finita.
Sento le prime sirene della Polizia.
Faccio un salto in camera. Dal primo cassetto prendo un paio di calze, prima di uscire afferro delle scarpe da ginnastica e chiudo la porta a chiave.
Mi rimane il tempo per scendere e sparire a bordo della Polo.


Epilogo

È passato un giorno e a nessuno è venuto in mente di cercarmi per quanto successo a Rozzano. La ferita non è niente di grave, diciamo che rimarrà una bella cicatrice che servirà a ricordarmi che nel mio lavoro non bisogna mai sbagliare nulla, neanche quando improvvisi.
Sono in Corso Sempione, seduto davanti alla scrivania del Maggiore Tribuni.
Questa è la nuova identità del contatto.
Sta osservando il contenuto della borsa.
“Da quando è diventato un finanziere?”
“Più o meno da una settimana, figuro trasferito da una caserma di Cagliari.” Si accomoda sulla poltrona. “Perché, vuoi anche tu infiltrarti nelle forze dell’ordine?”
“No grazie, - sottolineo il rifiuto con un gesto – preferisco continuare a fare quello che faccio.”
“Sono morti due carabinieri sotto copertura.” Mi porge le foto dei due occupanti della Ford Fiesta rossa.
Mi avevano visto di sicuro. “Hanno fatto rapporto?” chiedo, immaginando che sappia già tutto.
“Li abbiamo sostituiti e non si parla di una Polo né di uno che ti assomiglia troppo.” Il tono della voce è secco, non promette niente di buono.
“Perché non me li avete segnalati?”
“Non era un’informazione utile per il compimento della tua missione.” Porge la mano e rivuole le foto.
“Cosa mi accadrà?”
“Niente, ma hai messo a rischio la tua copertura.” Scuote la testa per manifestare tutto il suo disappunto. “Per un po’ finirai seppellito dalle scartoffie in qualche ufficio del Ministero degli Interni.”
“Gli affari del Jefe?”
“Grazie a te, sono i nostri affari.”
Indico la borsa. “Il registro che c’è li dentro, non è un nostro lavoro, sembra autentico.” Valuto la reazione. “Una volta decifrato, - proseguo-  si vede molto bene come i soldi sporchi finiscono nelle mani dei politici locali, ci siamo in mezzo anche noi?”
“Non lo so, - mente - sarà la Procura della Repubblica di Milano a capirci qualcosa.”
“Cosa c’entrava Vincenzo Masciulli con tutto questo?”
“Niente, stava ricattando la persona sbagliata.”
“Noi cosa ci ricaviamo?”
“Noi chi?” Mi chiede stupito.
“I servizi segreti”, pronuncio il nome proibito.
Sbarra gli occhi, si guarda attorno. “Perché dovrebbemmo interessarci a una cosa del genere?” Sorride soddisfatto. “Scoppierà Tangentopoli.”
Cerco di ricordare se ho mai sentito qualcosa a proposito di un’operazione con quel nome. “Siamo nel 1992, è ora che la prima repubblica finisca.” Dice, indicandomi l’uscita.
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