martedì 17 gennaio 2017

È solo acqua che scorre?




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Prima che una delle tante petizioni che circolano su facebook o una massiccia condivisione di un post cambi lo stato attuale delle cose mi sbrigo a scrivere il mio solito delirio.

Poi valuterò cosa fare.

Vedrò se cambiare le mie opinioni riflettendo sui precisi risultati dell’attentissimo giudizio populistico popolare di approfondimento e verifica o se mi limiterò a mettere un mi piace alla foto di un gattino.

Bene, prima che la rete decreti che i fiumi non scorrono più dalla fonte alla foce vorrei recensire una lettura molto breve che ho fatto in questi giorni.

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Vi è mai capitato di osservare un fiume? Se è un’esperienza che avete fatto, non abbiate paura a confessarla, siete in compagnia di parecchi perditempo che si sono attardati sulle sponde per guardare una massa d’acqua in movimento.

Alcuni hanno lasciato che questa contemplazione levigasse le loro parole al punto da spingerli a scrivere aforismi, poesie, romanzi o addirittura libri di filosofia.

Credo sia pericoloso osservare la natura, specie se agevola la riflessione.


Senza dissertare sui concetti troppo astrusi, mi limito a tirare in ballo il classico “il fiume è come la vita”.

Entrambi i soggetti partono da un punto, scorrono – con o senza l’approvazione di Eraclito – e arrivano alla fine del tragitto, semplice no?

Così tanto da non riuscire a trattenere le vertigini quando si arriva a capire che tutto ha una fine, anche la propria vita.

Ecco, forse è per questo lieve disagio che tutto cerca di acquartierarsi nei gorghi per sfuggire alla corrente, ma lasciamo perdere…


Nell’impazienza di allungare le mie zampe sulla traduzione italiana di Jerusalem di Alan Moore, scusatemi ma proprio non ho voglia di sciropparmi xmila pagine in inglese, e nel tentativo di digerire l’abbandono dello stesso al mondo dei fumetti, ho ripreso a leggere i fondamentali e mi sono accorto che, nel corso degli anni, ho girato al largo da una sua pubblicazione che – a torto – ho sempre ritenuto minore: Writing for Comics.


Nel corso degli anni Moore qualche sciocchezza l’ha fatta. Per questo e altri ottimi motivi lo si può odiare o amare, ma è chiaro che non lo si può ignorare.

Prima di lui i comics non erano “alla Alan Moore”; esclusa qualche significativa eccezione, si trattava di una forma d’arte più innocente e spensierata, con personaggi talvolta caratterizzati con l’ascia e impegnati in avventure così incredibili da sembrare perfettamente ridicole.


Quindi, per lenire la sottile angoscia dell’attesa, dal mio spaccia-fumetti di fiducia ho recuperato il titolo in questione.

Se devo essere sincero, subito mi è sembrato un furto pagare 11, 90 € per uno dei volumi più sottili con cui sia mai uscito dalla fumetteria, poco importa se ogni pagina è scritta su due colonne, ma quando ho iniziato a leggere, ho capito che alcune cose non hanno prezzo.

Ovviamente non è un manuale su come scrivere sceneggiature, dato il personaggio non poteva esserlo, si tratta di una riflessione sulla creazione dei fumetti, attraverso quattro capitoli e una postfazione.

L’idea alla base: riflessioni sui fumetti.
Raggiungere il lettore: struttura, ritmo e narrazione.
Costruire un mondo – luogo e personalità.
I dettagli: trama e sceneggiatura.
Postfazione.


Avendo io qualche velleità letteraria, l’ho trovata una lettura molto stimolante e la consiglierei, per esteso, anche a chi non vuole narrare per immagini; se ogni volta che vi mettete alla tastiera del pc vi ponete qualche domanda non su cosa scrivere, ma su come scriverla, in Writing for comics non troverete una risposta, ma è possibile che vi aiuti ad avere una maggiore consapevolezza su come raccontare una storia, se sia meglio avere un’idea o una scaletta, se esiste una regola matematica inviolabile per creare la trama perfetta o se un personaggio è più vivo se ingabbiato dentro milioni di paletti, oppure quanto è lecito venerare un maestro e quando arriva il momento di scavargli la fossa.

Queste e molte altre “amenità” del genere trovano spazio nella lunga – e autoreferenziale – confessione di Alan Moore, tutte cose che si tendono a non considerare quando si scrive per sfornare l’ennesimo libro.


Che dire? Il suo addio ai fumetti non mi ha turbato più di tanto, non mi è crollato il mondo addosso, sono rimaste le sue opere (sia quelle riuscite che quelle non riuscite). Si è chiuso un ciclo e noi possiamo solo andare avanti e scoprire quali altre meraviglie ha in serbo per noi il mago di Northampton dopo quanto già apprezzato ne La voce del fuoco.


Ce ne sarà un altro come lui?

Da circa venti anni, non senza la complicità di malinconici fruitori, la creatività è finita in un maelstrom di remake e fotocopie, sia il pubblico che gli artisti cercano di resistere all’inevitabile fine di un’epoca.

Potere fermare il fiume e bagnarvi due volte nella stessa acqua?

Anziché sprecare energie, risorse, lacrime e pensieri dovremmo fare il possibile perché il domani sia migliore di ieri e non l’ennesimo giorno della settimana che ritorna.

Poi, vedete voi!

Writing for comics di Alan Moore con illustrazioni di Jacen Burrows. Panini Comics, Avatar press. 48 pagine, € 11,90.

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