martedì 17 ottobre 2017

Dove ero io?



Ricapitoliamo. Nel ’77 ero sbarcato da poco meno di un anno sulla Terra e, anche se posso vantare di aver vissuto per un brevissimo periodo sullo stesso pianeta di Elvis, ero ancora troppo piccolo per ascoltare e comprare in maniera autonoma i dischi, quelli seri.

Non ricordo molto bene, però ho come la sensazione che all’epoca fossi impegnato in azioni piuttosto complicate come: non sporcare il pannolino e riuscire a mettere nello stomaco più cibo di quanto ne parcheggiassi sul bavaglino.



Curiosando su internet, ho scoperto che nello stesso anno finirono sugli scaffali dei negozi titoli come Rumours dei Fleetwood Mac, Animals dei Pink Floyd, Never Mind the Bollocks dei Sex Pistols, Before and After Science di Brian Eno e molti, moltissimi altri.

Oggi la situazione non è disperata, è peggio. Tranquilli non voglio fare tirate sulla decadenza dei tempi moderni, per quello basta ascoltare cosa si suona in giro, o abbandonarmi alla nostalgia “canaglia” e mitizzare epoche che ho vissuto ma che nemmeno ricordo.



Ciò che davvero mi interessa è parlare di un tizio che in quell’anno ha pubblicato due album e, a proposito del secondo, sostenne di essere venuto meno ai suoi propositi facendone uscire “due della stessa natura”.

Insomma, il cantante misterioso riconosceva di aver solo rifatto meglio il primo e, in questa amara ammissione, è contenuto il rammarico per non aver sperimentato, di non aver cercato nuovi sentieri verso il futuro.

Per chi ancora non lo avesse capito sto parlando di David Bowie e di “Low” e “Heroes”, i primi due atti del trittico berlinese. Il terzo è “Lodger”, che merita una discussione a parte in fatto di riuscita e sperimentazione ma questa è un’altra storia che vi invito a scoprire leggendo Bowie La trilogia berlinese di Thomas Jerome Seabrook. Una biografia mirata che parte dal ’75, da quando Bowie interpretò Thomas Jerome Newton in L’uomo che cadde sulla terra e pubblicò Station to Station, e termina nel ’79 con l’uscita di Lodger.



Il bisogno di sfuggire alla morsa tossica di Los Angeles e cercare una salvezza assieme all’amico Iggy Pop, portò i dum dum boys a Berlino. Impegnati nella ricerca dello spettro della città conosciuto in Goodbye To Berlin di Isherwood, i due finirono per avviare una collaborazione che durò per cinque LP.

Già, perché The Idiot e Lust for Life non sono del tutto Bowie-free.



Perché leggere questo libro? Quando viene a mancare qualche personaggio pubblico, sui social scatta la solita querelle di ammiratori e detrattori. Ambo le parti diffondono un numero incredibile di castronerie quindi, se siete interessati alla persona e all’opera artistica e non volete diventare vittime e inconsapevoli diffusori di ca##ate, è sempre meglio documentarsi. Fu pubblicato nel 2008 e arrivò in Italia nel 2009 grazie ad Arcana Editore, un periodo ben lontano da sospetti di interessi da stamperia e monetizzazione della morte altrui.

Davvero Eno è quel produttore che fa miracoli come è successo per Achtung Baby degli U2, oppure può anche avere parte nell’insuccesso di un artista? Per un certo periodo Iggy Pop è la marionetta di Bowie o a Tony Visconti andava solo bene Ziggy Stardust? Lo sapevate che le chitarre di Heroes furono incise da Robert Fripp senza nemmeno ascoltare il resto dell’incisione?



Ritornando a noi. Nonostante i pezzi forti pubblicati nello stesso anno abbiano un peso rilevante nell’economia generale del rock, è innegabile che “Heros” non è una fotocopia, né la solita trappola “effetto nostalgia”, ma una vera e propria finestra sul futuro.

Ovviamente è una lettura adatta ai fan di Bowie e agli appassionati di musica, ma solo quelli che non hanno la mania per le etichette.
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