domenica 13 dicembre 2015

Solo su appuntamento.

Nell'epoca della crisi e del precariato, il posto fisso è davvero il paradiso?


Solo su appuntamento.
I
Non vivo l’esistenza che vorrei. L’omicidio è l’unica alternativa; non posso fare altro, non devo fare altro, non voglio fare altro.
Quattro pareti di vetro satinato mi dividono dal resto del mondo. Una sedia con telaio di polipropilene e rivestimento acrilico grigio mi costringe a rimane seduto. Un tavolo bianco in fornica. Uno schedario metallico raccoglie le poche cose che devo sapere. La moquette verde marcio attutisce qualsiasi rumore.
Qualcuno che non ha mai fatto il mio lavoro, ha deciso i tempi per: compilazione, formulazione e archiviazione. Il pc sotto il tavolo vomita dal monitor promesse di scenari impossibili. L’applicativo che uso calcola, ordina, elabora. Ogni anno la macchina diventa più veloce, il programma più semplice. I tempi per ogni pratica si accorciano nel nome della Santa Efficienza.
Inserisco dati come una scimmia ammaestrata; devo dare in pasto al computer cifre, percentuali, indirizzi, numeri di conto e di previdenza.
Devo essere veloce.
Faccio sempre le stesse cose, dico sempre le stesse cose, spiego sempre le stesse cose.
Gli altri oltre il piano lucido non lo sanno. Loro vogliono qualcuno che li ascolti. Ti devono spiegare cose che sai già, ti devono spiegare come inserire i dati, come calcolare, elaborare, formulare. Loro vogliono farmi inserire i numeri di previdenza e di conto in maniera più efficiente.
Loro sono un programma fornito di volontà.
Sono un fortunato a tempo indeterminato.
Il mio lavoro, il mio pc, il mio monitor, la mia sedia grigia, la mia scrivania bianca, la mia moquette verde, il mio schedario metallico, il mio cubicolo con vetri satinati e i miei “loro”, hanno un nome: alienazione.
Il tempo è scaduto: è l’ora dell’omicidio.
Abbandono la tensione. Mi rilasso. Appoggio la schiena sulla sedia. Un respiro profondo.
Davanti a me c’è seduta una donna che impugna una fattura come una spada. Ascolto le sue parole; sembrano il rumore di una stampante, bla-bla-bla pausa, bla-bla-bla pausa, bla-bla-bla pausa.
Tace e mi fissa. Ha finito di stampare le sue parole nel vuoto.
Sorrido.
Considero la femmina che ho davanti come una “cosa”. Lei è un contenitore biodegradabile pieno di nervi tesi, organi curati, capelli tinti, muscoli allenati, gambe depilate, occhi truccati, sorriso di circostanza e nemmeno un filo di grasso.
Vorrei prendere la cucitrice e pinzarle un labbro, infilzarle una penna nell’occhio, piantarle le puntine sulla fronte, ricoprirla di post-it gialli, farle ingoiare un evidenziatore azzurro, riempirle la bocca con le gomme bianche, strangolarla con il filo del mouse, percuoterla con la tastiera, squartarla con un taglierino, estrarle le interiora, fotocopiarle in modalità fronte-retro.
Mi scusi, ma perché non può inserire anche questa?” dice, porgendomela.
Con queste fantasie non terminerò la pratica nei tempi previsti. Ma questo non è più un problema.
Dopo una rapida occhiata vedo scritto il nome di un perfetto sconosciuto.
Signora –rispondo- questa è intestata a qualcuno che non è lei. Non può essere ricompresa nella sua pratica. Mi dispiace. Non posso fare altrimenti.”
La donna riprende il pezzo di carta e comincia a pensare.
La pelle del suo viso è idratata. L’abbronzatura tenta di nascondere le prime rughe. In alcune espressioni si vede la faccia che inizia a colarle lungo i lineamenti. Per nascondere l’invecchiamento va in palestra e rassoda glutei, fianchi e seno. Segue dieta ferree fatte di fame, rinunce e barrette energetiche. Questo regime è integrato con sigarette light. Il dito indice della mano destra ha un lieve alone giallo che risalta vicino allo smalto rosa confetto. Il suo alito sa di menta con un retrogusto di cenere. I denti sono bianchi ma opachi. Il trucco intorno agli occhi ne risalta il taglio e inganna sulla presenza delle borse.
Oltre l’apparenza è una bambola di pezza. Chiudo la pratica e guardo la sua data di nascita: quarantuno anni.
Le spiego; questa è intestata al mio compagno, ma sono io che l’ho pagata. Io mi prendo la responsabilità e lei la inserisce!”
Non ho più voglia di rispiegare il motivo per cui la sua cazzo di fattura non può essere inserita nella sua fottutissima pratica.
Sorrido, apro il primo cassetto. Prendo la pistola e gliela punto contro.
Lei-non-può-includerla-nella-pratica” dico, scandendo le parole.
La “cosa” che ho di fronte, nell’ordine: sbarra gli occhi, perde il colore dell’abbronzatura, piega verso il basso gli angoli della bocca e inizia a tremare.
Non urli. Non si muova. Non parli. Stia buona. Altrimenti la rendo definitivamente immortale. Ha capito?”
Deglutisce, fissa la canna e rimane immobile.
Come si chiama?” le chiedo.
Vanessa” sussurra.
Lascio che si abitui all’idea di avere un'arma da fuoco puntata contro. L’adrenalina deve aver rimesso in moto il sangue. La sua abbronzatura da centro estetico ha ripreso colore. La sua pelle è giallo sporco, pastello e slavato come qualcosa che sa di malattia; come un cancro che la consuma dentro, una necrosi dei tessuti interni, una leucemia fulminante, un virus che le manda in cortocircuito tutte le cellule.
Qualcuno bussa. Controllo l’ora sul monitor. L’appuntamento dovrebbe essere finito da cinque minuti. Guardo la sagoma sul vetro satinato, sembra quella di un essere umano.
Non fiatare, altrimenti ti uccido” dico a Vanessa. Faccio sparire la semi automatica sotto la scrivania.
Avanti.” 
La porta si apre. Appare un uomo sulla trentina. Capelli corti e barba incolta. Accenna un sorriso in direzione di Vanessa, poi mi guarda e dice: “Mi scusi. Vorrei farle una domanda veloce.”
Sorrido. “Posso darle una risposta veloce?”
Pensa a quello che ho detto. Si riprende e ne approfitta per chiudere la porta alle sue spalle.
Appena si volta lo scocciatore ricompare la rivoltella. L’imbucato si blocca.
No, non la scuso. Si accomodi, prima di farsi del male.”
II
Il quasi giovane vorrebbe reagire, ma capisce di non avere alternative. Guarda la donna e obbedisce. Le due sedie davanti a me sono occupate. L’ultimo arrivato deve aver iniziato da poco a perdere i capelli. Il suo inutile taglio rasato non nasconde la nascente pelata che si fa strada sul cranio. La barba incolta racconta qualcosa di lui; una finta trascuratezza, una sorta di: non me ne frega niente, io sono “cool”.
L’abbigliamento è troppo giovanile per i suoi trenta-trentacinque anni; sembra un adolescente televisivo anni ‘80. Carne troppo vecchia costretta in panni troppo stretti. Pantaloni con più tasche di quelli di un carpentiere, blue jeans invecchiati prima di essere consumati. Una polo rosso lampone e delle maniche lunghe bianche sino al polso, come se qualcuno avesse invertito l’ordine degli strati con cui coprirlo. Un costosissimo orologio di purissima plastica e una catenina surfer che sembra strozzarlo ogni volta che respira.
Un ex adolescente.
Non mi aspettavo che si trasformasse in una cosa “a tre”. Avrei dovuto uccidere subito Vanessa.
Ho perso tempo, sono in ritardo.
Lei aveva l’appuntamento cinque minuti fa, vero?” dico rivolto a lui.
Si, ma l’avverto che…” non riesce a finire la frase perché gli avvicino la calibro 9 alla faccia.
Sollevo il cane. “Crick” amo quel rumore metallico che gratta il silenzio; è la sinfonia della morte, così breve e intensa.
Non dica nient’altro. Potrei sbagliare e spararle.”
Per l'intruso è arrivato il tempo di impallidire. Il suo istinto di conservazione non funziona. Non reagisce. Rimane immobile. La sua espressione significa paura.
Devo pensare. Guardo i due e cerco di concentrarmi; quel cervello che vedo spalmato sulla parete non esiste. Vorrei fosse vero, ma non è reale. Sento l’odore di cordite e carne bruciata.
Strizzo gli occhi e il cubicolo torna normale.
Ho un problema – dico rivolto al tizio – volevo ucciderla, poi è entrato lei e ha rovinato tutto.”
Occhi dolci scoppia a piangere; se fosse pioggia sarebbe novembre. Lacrime costanti in continuo aumento, paura di morire in bassa pressione. Ecco il bollettino barometrico della cliente.
La osservo e cerco di capire cosa prova. Vedo solo un sacco dell’immondizia che tira su con il naso. L’espressione tende all’angoscia. Una maschera muta che vira verso il dolore. Il trucco le si è sparso per tutta la faccia. Sembra un panda anoressico vestito da pagliaccio.
La vittima predestinata sussurra qualcosa.
Vanessa, alza la voce!”
Prenda lui e mi lasci andare” ripete.
Lacrima Girl abbassa il capo e fissa il pavimento. Con una mano si massaggia il gomito. La vergogna la fa sentire sporca.
Le donne ispirano gli artisti. Per uno come me l’ispirazione è tutto.
Le idee semplici aprono epoche nuove.
La paura ha allentato la presa sui muscoli del gentleman.
Brutta troia. Sei tu che devi morire, non io” dice, ignorandomi.
Ha capito quanto le idee siano pericolose quando incontrano una mente fertile.
Questi due e la loro voglia di vivere valgono oro. La proposta di lei mi ha suggerito la soluzione; non sarò io a decidere chi muore per primo. Io uccido il gladiatore che sopravvive.
Batto il calcio sul tavolo. I due sussultano. Pensano sia partito un colpo.
Sorrido divertito.
Signori, per favore manteniamo un contegno. Vanessa non è una troia , almeno credo, e lei non sarà preso al posto di nessuno. Come si chiama?”
Matteo Pracetti” risponde tutto d’un fiato.
Guardo oltre la mia postazione di lavoro e osservo la macchia scura sui pantaloni. Dal taschino, con la mano sinistra, estraggo un pacchetto di fazzoletti e glielo lancio.
Cosa me ne faccio?”
Si asciughi e mi ascolti.”
Ne estrae uno e lo stende tra le gambe. In pochi secondi è zuppo.
Vanessa ti presento Matteo. Matteo ti presento Vanessa.”
I due si guardano.
Allora – dico appoggiandomi allo schienale – voi due dovrete lottare per la vostra salvezza. Chi dei due sopravviv…”
Vanessa si lancia sul collo di Matteo. Non gli lascia il tempo di reagire. Le unghiette rosa affondano nella pelle dell'avversario che le afferra i polsi e cerca di liberarsi. Inizia a diventare rosso. Non capisco se per lo sforzo o per la mancanza d’aria.
Il surfer sposta il baricentro all’indietro. Rovescia la sedia, trascinandosi dietro la bella spiaggiata.
Non fate rumore” dico e mi alzo in piedi.
L'asino scalcia come un mulo ed emette un ringhio appena udibile, mentre la cavallona stringe i denti.
Tutto il suo vantaggio scompare quando il diversamente giovane le sferra un pugno. Colpisce alla tempia, stordendola quanto basta. Quando parte il secondo diretto, si copre la faccia con le mani.
I due si rimettono in piedi. Lei carica e lo spinge all’angolo.
La tigre della fattura cerca il contatto per tenere lontano i colpi. Appena è vicina, adotta la tattica vampiro amoroso.
I suoi denti pizzicano la parte destra del collo.
Il peso piuma urla. Devo ammettere che ha una buona estensione vocale.
Il sangue inizia a circondare le labbra di lei, Il bacio è appassionato.
Il boxeur si stacca dalla sanguisuga, gettandola a terra. Si porta una mano al collo e inizia e ripetere “cazzo” sino a svuotare la parola di ogni significato.
La lottatrice striscia all’indietro e sputa un pezzo del pugile sulla moquette verde. Il sangue e la saliva le colano sul mento. Si toglie una scarpa. La afferra puntando il tacco verso Matteo.
All’improvviso l'uscio si spalanca.
Il Dottor Bianchi Guido, laureatosi in economia nel lontano ottantatré appare a figura intera. Scarpe marroni sotto un completo nero. Il prototipo dello stronzo a capo di una serie di sottoposti sfigati come me. Le scarpe non solo sono ridicole, ma un simbolo. Lui ama calpestare tutti quei vermi intrappolati nel fango; adora schiacciare sotto il tacco gli impiegati striscianti con un livello in meno del suo. Sta per dire qualcosa, ma si trattiene. Alza lo sguardo. Nota la Beterra nella mia mano. Aggrotta le sopracciglia e chiede: “Cosa sta succedendo?”
III
Sparo il primo colpo verso il Dottor Bianchi. Cade a terra. Non emette suono. La gente in attesa rimane allibita. La prima a urlare è una pensionata. Una pensionapunk con capelli sul violetto e pelle rugosa, non riesce a sollevarsi dalla poltrona. Una tartaruga costretta in un sobrio vestito “da bara” .
Matteo e Vanessa mi guardano.
Tutti gli altri scappano urlando. La vecchia arranca ancora senza visibili risultati.
Parte il secondo colpo. Centro la cariatide. Gorgoglia e si affloscia come una bambola gonfiabile bucata.
Forse i due combattenti si sono spaventati. Uno si è coperto la faccia con le braccia mentre l'altra si protegge la testa tra le mani. Il tacco le affonda nei capelli.
Quando capiscono di essere vivi, mi guardano.
Scusate l’interruzione. Continuate pure.”
Due colpi e due cadaveri. Non credevo di essere così bravo.
Riprendono la lotta, ma senza convinzione. Lei batte i pugni sul petto di lui, mentre l’abbraccio del maschio sembra essere una pessima imitazione delle telenovelas argentine anni ‘70. Vanessa ricomincia a piangere.
Ci manca soltanto che lui la guardi negli occhi e le dica: ti amo.
Vedo Matteo legato, appeso per la bocca a un gancio da macellaio. Si agita, tenta di liberarsi. Vuole parlare ma urla solo vocali. Vanessa adagiata a terra, tagliata in tanti pezzi, disposti secondo un ordine di grandezza.
I due sono distanti dalle mie fantasie.
Sparo Il terzo colpo che taglia l’aria tra loro e torno alla realtà.
Non ci siamo capiti. Così mi fate morire di noia. Uno dei due deve ammazzare l’altro, capito? Metteteci più passione! Vanessa usa quel tacco e tu, Matteo, tira fuori la rabbia! Quei bicipiti non li hai solo per riempire le magliette. Dai ragazzi, c’è in palio la vita!”
Mi sembra di dovere motivare due attori su un set di un film porno.
Lei non può obbligarci a fare questo."
Amo guardare i documentari alla tv. Mi piace sentire una voce calma di sottofondo a un omicidio che dice: ecco il predatore che afferra la preda. Elogio dell’omicidio a scopi educativi. Seguo anche quelli del canale 375 a carattere storico o sociologico. Esplosioni, caccia bombardieri e soldati americani in Vietnam, in Corea, in Francia, in Afghanistan, in Iraq, in Giappone.
Carestie, dittatori, profughi, violenza, cadaveri, cadaveri e ancora cadaveri.
Poi la voce calma: la guerra è l’igiene dei popoli.
Il quarto colpo trapassa la coscia di Matteo. La macchia scura dei suoi pantaloni si tinge di rosso. L’arteria pompa sangue fuori dal corpo. Stringe la gamba e urla, cerca di fuggire, ma cade a terra poco distante dal fu Guido Bianchi dottore. Inizia a piangere.
Non doveva sfidarmi.
Mi volto verso Vanessa, sparo il quinto colpo che la spinge a terra. Sul fianco destro le sboccia uno piccolo fiore rosso.
Non potevo avvantaggiarti” dico.
Giro intorno alla stanza. Mi avvicino a lui per chiedergli cosa pensava di ottenere con la sua saggezza disperata.
Il suo petto è immobile. Ha smesso di respirare. Morto.
Vanessa preme la mano sulla ferita. Appena si accorge che la guardo, cerca di alzarsi.
Sirene poco distanti. La festa sta per finire.
Attendo, ma nessuna fantasia irrompe. Strizzo gli occhi, ma nulla è cambiato. La realtà è deludente.
Mi avvicino, la aiuto ad alzarsi e le dico: “Vai pure, sei libera. Volevo uccidere chi fosse rimasto in vita, ma Matteo ha pensato bene di morire per così poco. Iniziavate ad annoiarmi. Vattene.”
La aiuto a scavalcare le carcasse dei due. Usciti, la spingo via. Zoppica con la gamba destra. Piccole gocce di sangue segnano il suo passaggio.
Sono le sue bricioline per ritrovare la strada se vuole farsi ammazzare.
Mi avvicino alle finestre e vedo arrivare la prima volante della Polizia. Scendono due poliziotti.
In strada tutti mi stanno guardando.
L’anziana sgonfia sulla poltrona è immobile.
Ha visto signora? Peccato che non possa raccontarlo alle amiche.”
Saluto i passanti in strada.
IV
Non si sentono più sirene e, purtroppo, Vanessa non è tornata. Una calma irreale è scesa nel palazzo. Il rumore del traffico è cessato. Il ticchettio della lancetta dei secondi scandisce il tempo. La ventola del pc ruggisce a intervalli discontinui. Sono seduto e fisso il monitor.
SONO PASSATI DIECI MINUTI.
Screensavers aziendali. Servono a ricordarti di non perdere tempo.
Muovo il mouse. Il cursore lampeggia nella casella “Note spese e investimenti”. Schiaccio la X rossa in alto a destra. Una casella mi avvisa che le modifiche andranno perse. Schiaccio OK. Mi chiede se sono sicuro. Sì, sono sicuro.
Appare l’isola tropicale.
Quel luogo non esiste.
Mi sento libero.
Sono stanco.
Chiudo gli occhi.
V
Alzati lentamente con le mani in vista!”
Sono quattro celerini. Uno di quelli, ma non riesco a capire quale, parla come gli sbirri della tv. Giubbotto antiproiettile. Pistole spianate, avanzano piano verso di me.
Ripeto le parole di Albert Camus.
Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia.


Sollevo la spara piombo e la punto verso il corridoio. Quando la vedono si irrigidiscono.
Sparare o non sparare? penso.
Vale la pena vivere?
Sì. Se muoio non posso ammazzare altra gente. Un colpo non basta per uccidere tutto il mondo.
Peccato.
Mi alzo e lascio cadere la pistola.
Appena stacco le mani dalla sei colpi mi piombano addosso, senza dimenticarsi di farmi molto male.
Una divisa, la versione small dell’incredibile Hulk in tinta blu, mi ammanetta.
Sei in arresto!” dice.
Rispondo: “Io lavoro solo su appuntamento.”
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