mercoledì 13 aprile 2016

Ventiquattro ore e un fallimento.

Scavando qua è là, una cosa da archeologia nelle cartelle sul desktop, salta fuori da un era geologica fa un mio vecchio racconto.
Se vi fa piacere, buona lettura.




“Ventiquattro ore e un fallimento”


Lasciai che il caffè si raffreddasse, poi lo buttai giù con un sorso. Ecco la breve storia della mia quindicesima dose di caffeina. Come le precedenti, era doppia, nera e senza zucchero. Il tiepido gusto amaro mi riempì la bocca. Decisi di cancellarlo con una sigaretta; un altro tubetto di cancro al gusto tabacco era proprio quello che ci voleva.
Mi accomodai sulla sedia della cucina, cercando di non controllare l’ora.
Tic. Tac. Tic. Tac.

L’orologio a muro compiva il suo dovere, sembrava urlare: resisti, Tic. le ventiquattro ore Tac. stanno Tic. per finire Tac.
L’odore della nicotina bruciata si mescolava a quello del deodorante per ambienti all’arancia. Un micro menhir di plastica diffondeva l’aroma a intervalli regolari e sembrava ticchettare come tutto il resto.
La notte era scesa da un pezzo; un velo pietoso che nascondeva il traffico nei garage e regalava un po’ di tranquillità alla città.
Tic. Tac. Tic. Tac.
Chiusi gli occhi, non dovevo guardare l’ora. Ero vicino al mio traguardo, sapere quanto mancava avrebbe solo aumentato la sofferenza.
Tic. Tac. Tic. Tac.
Li riaprii e lasciai che la mia attenzione sprofondasse nella tazzina davanti a me. Cercai di fondere la mia coscienza con la decorazione; una linea rossa che percorreva l’intero giro attorno al vuoto che contiene il liquido.
Tic. Tac. Tic. Tac.
Con la mano destra la feci roteare piano, seguivo la linea e compivo il mio cammino. L’esercizio zen terminò quando vidi che una porzione infinitesimale di porcellana era saltata via, interrompendo per sempre quel cerchio infinito. Come poteva essere accaduto? Quando si era danneggiata? Perché la cucina arancione componibile non era riuscita a proteggerla? Forse la lavastoviglie l’aveva violentata?
Tic. Tac. Tic. Tac.
Il ticchettio era tornato.
Volevo urlare, ruggire il mio dolore, strillare la mia disperazione, espirare l’angoscia, soffiare via l’ansia.
Mi trattenni, non potevo svegliare mia moglie. Dormiva nella stanza accanto. Prima di lasciarmi solo, abbandonandomi per andare a letto, mi aveva chiesto più volte: perché lo fai?
Tic. Tac. Tic. Tac.
La mia vita si consumava per usura e per noia.
La mia vita Tic. si consuma Tac. per usura Tic. e per noia Tac.
Lo faccio perché voglio essere più forte della mia debolezza; un atto di coraggio, sacrificare me stesso per gli altri. Non è come gettarsi tra le fiamme e salvare una vita o strappare dall’abbraccio delle onde un’esistenza in balia del capriccio e del destino, ma io volevo essere un eroe piccolo piccolo.
Tic. Tac. Tic. Tac.
Cedetti, non riuscii a resistere e guardai l’ora. Sullo sfondo bianco severi numeri romani dall’aspetto marziale, segnavano il passo di marcia delle lancette lungo il tempo sfinito. Osservando un orologio la vita si converte in ricordo. Mancavano dieci minuti. Solo dieci fottutissimi minuti. Uccisi la sigaretta nel posacenere.
Tic. Tac. Tic. tac.
Dovevo resistere ancora per poco, così per ventiquattro avrei liberato il mondo. Da cosa? Dallo scrivere inutili stronzate su ogni social network esistente. Presentarmi agli altri e infettarli con del protagonismo, vomitare opinioni, sprecare pixel per illudere qualcuno di essere uno scrittore. E voi? Riuscite a capire che il mondo non ha bisogno di voi? Il nostro “Io” non è nient’altro che una matrona puttana: sforna egoismo travestito da vita civile.
Tic. Tac. Tic. Tac.
Tutte le storie sono già state scritte, i nostri pensieri non valgono nulla, le nostre esperienze… quelle non servono mai: commettiamo sempre gli stessi errori.
Tic. Tac. Tic. Tac.
Sveglia: non sei nessuno!
Risi di gusto sino a piangere. Il tempo vola quando le parole rimangono.
Mi voltai e afferrai la moka. La svitai e gettai il caffè del filtro nel lavandino. Un’altra dose di caffeina era in arrivo. Il pacchetto di sigarette era ancora sul tavolo.
Tic. Tac. Tic. Il tempo era scaduto.

Per ventiquattro ore avevo reso il mondo un posto migliore. Sono stato eroe solo per un giorno, ma ora rieccomi: non sono quella tazzina.
Spreco altre parole e molto tempo per scrivere il niente.
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