domenica 22 maggio 2016

La Gioconda? Già vista...

 
 
 
Un milione di anni fa mi capitò di leggere L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica di Walter Benjamin. Nonostante l'opera disgregativa del tempo sulla mia memoria, mi è rimasto un concetto incastrato tra i neuroni che suona, più o meno, così: l'opera d'arte perde la sua “aura” quando viene riprodotta in serie.
 
Passiamo dall'astratto al concreto con un solo esempio: La Gioconda.
 
 
Certo, la Signora ha i numeri per farsi notare così, va da sé, è sempre al centro della scena. Per essere celebre è celebre, niente da dire, ma questa riproduzione seriale ha ridotto la capacità dell'originale esposto al Louvre di estendere la propria essenza artistica.
 
Senza infiocchettare l'articolo con paroloni difficili tipo ermeneutica e ontologia, rimango terra terra e vi piazzo il classico “la confidenza toglie la riverenza”.
 
Ecco come siamo diventati grandi amiconi della Monnalisa e abbiamo perso la capacità di emozionarci per la sua compagnia.
 
Ormai è una di noi, che ve lo dico a fare?
 
La massa di parole che ho sprecato sino a questo punto, vale anche per l'orrore oltre che per la bellezza?
 
Come no, una certa familiarità con l'orrore ci fodera lo stomaco di piombo e ci isola dalla possibilità di spaventarci.
 
Quindi, presto o tardi, riusciremo a livellare l'orizzonte per rimanere indifferenti a tutto o quasi.
 
Va bene, un ragionamento è bello quando dura poco e i filosofi speculano solo con la pancia piena, a noi che tocca stare con i piedi per terra di queste finezze non ce ne facciamo nulla.
 
 
La realtà non è arte, nemmeno ci assomiglia, ma allora com'è che non riesco a smettere di pensare che la nostra familiarità con alcune notizie di politica ci ha reso apatici e incapaci di reagire, non è che siamo diventati immuni allo sdegno della delinquenza nell'epoca della riproducibilità infinita?
 
Bene, credo di essermi parlato addosso più del necessario ma queste e altre riflessioni mi sono venute in mente leggendo Sangue nel Redefossi di Gino Marchitelli.
 
È un noir che ha il gran merito di non arrovellarsi nella disperazione. È difficile da spiegare, ma a lettura ultimata non permane la sensazione che il mondo sia condannato a rimanere un brutto posto nonostante un epilogo più o meno giusto. L'autore è riuscito a trasmettermi l'idea – o il sospetto per i più scettici – che è ancora possibile fare qualcosa per migliorare la situazione.
 
Le pagine non emanano profumo di ottimismo, questo no, ma ad alimentare questa sensazione sono stati soprattutto l'operato e i pensieri del Commissario Matteo Lorenzi e della giornalista Cristina Petruzzi di Radio Popolare.
 
A ragionar per schemi e luoghi comuni, uno è in divisa quindi tende al nero, l'altra è più rossa della bandiera del popolo e, magari, stanno assieme nella modalità “strana coppia”, di quelle belle “litigarelle”.
 
Sbagliato, Lorenzi proprio non tollera la nostalgia per il Lui fascista e Cristina non è tutta dialettica e materialismo storico. La storia sentimentale c'è, sono sintonizzati sulle frequenze fisiche e psichiche, ma ciò che li accomuna è una mentalità lucida, non inquinata da ideologie di qualunque natura, e sono interessati a scoprire la realtà dietro all'apparenza.
 
 
In merito al taglio della trama, ho apprezzato l'uso di capitoli brevi ad alta leggibilità e lo spostamento della narrazione sui protagonisti buoni e cattivi presenti nel romanzo che divaricano lo sguardo del lettore oltre quello del personaggio principale.
 
Una volta che ho spaccato il capello in due, non sono stato così pignolo da permettermi il quattro quarti, non mi resta che riassumere il romanzo a una sinossi.
 
Una serie di delitti tra San Giuliano Milanese e Macugnaga innesca delle conseguenze che si abbattono sul consorzio politico, economico e malavitoso della prima cintura milanese.
 
Indagando le dinamiche di un apparente suicidio, il Commissario Lorenzi rimane impigliato in una ragnatela criminale che coinvolge la giunta comunale di San Giuliano e i rimpasti politici dell'ultima ora, la clinica Humana, vero e proprio fiore all'occhiello della sanità privata, la cooperativa sociale Tierra Madre, gestita da Don Piero, che si occupa dell'integrazione degli extra comunitari e la Ags, società dal fatturato milionario controllata dal clan Lojacono.
 
Ancore poche parole e poi la smetto, lo giuro.
 
 
Sono partito con il vaniloquio attorno all'erosione dell'aura delle opere d'arte nell'epoca della riproducibilità tecnica e del rischio che corriamo nel diventare indifferenti… La lettura di Sangue nel Redefossi mi ha fatto deviare da questa parabola discendente; mi ha scaraventato in mezzo a vicende che mi hanno fatto venire in mente moltissime notizie di cronaca giudiziaria, fatti e misfatti a cui rischiavo di assuefarmi e di ignorare con una alzata di spalle e una sentenza: “sono tutti uguali”.
 
 
Perché l'arte non è proprio del tutto inutile, non è solo un orpello per abbellire magliette, dare un tono ai post di facebook e renderci meno inclini alla bellezza o all'orrore.
 
Serve a farci ragionare e, quando è il caso, ad agire per rendere il mondo un posto migliore.
 
 
Insomma, “la bellezza salverà il mondo.”
 
Dostoevskij docet.
 
 
Se siete arrivati sino a qui, vi ringrazio per l'attenzione.
 
Ci si rilegge in giro.
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