domenica 26 giugno 2016

La penultima della lista


Ogni tanto mi ricordo che scrivo. Così, anzichè lasciare i racconti nel cassetto e farli invecchiare, li pubblico sul blog e.... quel che sarà, sarà! :)
Se vi fa piacere, buona lettura.


La penultima della lista.

Il parapetto del ponte è alto, troppo alto. Eva ha le gambe corte ma un po' di ferro non le impedirà di scendere a Porta Inferno. 
Perché quello è il capolinea per i suicidi.
- Ero sicuro di trovarti qui – dice Francesco, appena smonta da una Grande Punto più scassata che grigia. Il ragazzo ha una calamita in tasca per attirare le belle donne, non ha bisogno di trucchi e uno strato di soldi per rigirarsele tra le mani.
Detto questo, al momento, Eva è la penultima della lista.
- Non posso vivere senza di te - l'aspirante suicida risponde e, per la cronaca, sta come in primavera un vaso di gerani sul balcone.
Arrivata in ritardo per essere la prima e troppo in anticipo per essere l'ultima, vai a capire perché, si era messa in testa di essere quella giusta. Pensava di riuscirci per via dei capelli rossi o per il fisico mica da ridere che si ritrova insomma, credeva di farcela a placcare la corsa verso il piacere illimitato del maschio in questione.
La bassezza lasciatela perdere, non è davvero piccola, svetta almeno un paio di leghe su Puffetta, senza essere blu, ovviamente.


Eccoli. Ci sono loro, le auto parcheggiate e una trentina di metri tra l'asfalto e il torrente. Il resto è una notte di settembre con tante di quelle stelle da non riuscire a metterle tutte su di un biscotto al cacao.
Francesco si stacca dalla carrozzeria e si avvicina al bordo della carreggiata.
- È finita, te ne vuoi fare una ragione?
- No, non è finita.
Non ne sono sicuro, ma la ragazzetta sembra convinta dell'asserto secondo cui: negare sempre e comunque la realtà è la ricetta per cucinare una vita salutare.
Quindi, cosa sarà mai raddrizzare le curve di un paio di corna? Un paio di “non è vero” ed è fatta, giusto?
- Ma dove vivi, tra noi non funziona perché, – Francesco cambia la direzione dei pensieri, arresta la lingua. Scaricare la colpa su Eva non è una buona idea. Per non restare in silenzio, sputa fuori una delle tante sciocchezze biascicate dai suoi neuroni. - Ci amiamo, ma siamo incompatibili - dice, non senza atteggiarsi.
Così va meglio, d'accordo, la frase non sta in piedi nemmeno se la inchiodi al muro, ma scarica la colpa sul destino e getta un ponte… 
No, meglio se la combinazione getta e ponte non la uso per rendere l'idea.


- È colpa tua, sei tu a farmi male. - La voce di Eva sale di un'ottava e incespica nel fiato corto.
Le poche nozioni per impedire un gesto estremo Francesco le ha apprese dalla televisione. Per anni ha visto il buono avvicinarsi quatto quatto e, dopo un paio di parole giuste, lo vedi  balzare modello leone sul pranzo travestito da gazzella.
Funzionerà o non funzionerà lo schema?
Eva squadra il primo passo, striscia sulla ringhiera e si ostina a sfoggiare l'odiosa intenzione di farla finita.
Francesco non si arrende, mette in fila anche il secondo passo.
Lei trasla di una distanza equivalente.
La lontananza tra i due rimane costante.
Peccato, l'idea era buona, l'applicazione lascia a desiderare. Francesco era concentrato al punto da scordarsi di infilare qualche bugia tutto zucchero e canditi.
- E poi, - prosegue lei – andando a scopare con quell'altra pensavi di migliorare la nostra storia?
- Colpa tua, non me la mollavi mai.
Il latin lover ha una passione per gli elastici. Da quando ha smesso di gattonare per il salotto, ha sempre risolto i fastidi allo stesso modo; tende il problema sino al limite, poi lascia le estremità per spararlo verso il bersaglio di turno.

Sia chiaro, non si è inventato nulla. Fa quello che facciamo tutti ogni santo giorno. Dalla sua ha una buona mira e non sa cosa siano gli scrupoli.
Voi nemmeno ve lo immaginate quanto bene dorme la notte, o forse si?
- È solo sesso per te? - Eva fa per staccarsi dal parapetto per usare l'amato alla stregua di un tiragraffi, ma non è una gatta e sa che, se vuole minacciarlo, deve sporgersi di più.
Detto fatto. Memore delle lezioni di danza si solleva sulle punte dei piedi.
- È cosa dovrebbe essere? D'altronde – un rumore secco interrompe l'esecuzione del solito disco ormonale inciso dalla libido di Francesco. - Cos'era? - chiede, facendo dondolare la testa verso ogni dove.
- Era amore, non te ne sei accorto?
- Ma no, cosa hai capito, non tra noi. Non hai sentito anche tu quel rumore?
- Quale rumore?
- Un ramo spezzato, una cosa così. - Per essere più chiaro, mima il gesto con le mani e schiocca la lingua sul palato.
- Ecco, lo vedi, sei distratto. Magari ti è sfuggito, ma guardati attorno, siamo su un cazzo di ponte in mezzo a un cazzo di bosco.
In effetti lo spazio da una collina all'altra è tappezzato da piante secche, foglie morte e scricchiolii di vario genere e natura.
Francesco non è Ulisse, nessuno lo ha legato a un palo. Di fatto, è libero di lasciarsi ammaliare dal  richiamo e scoprire l'identità della Sirena dell'occasione. 


- Dove stai andando?
- Tranquilla, torno subito.
Ben distante dal ring di chiacchiere, si sporge oltre il buonsenso e divaga con lo sguardo tra i rami del bosco.
Di ritorno dal torrente, se ne va una volpe solitaria. Con il pelo fulvo e la luce fredda emanata dal satellite a zonzo attorno al pianeta, l'animale pare un fantasma a passeggio.
- Ma dai, l'hai mai vista una volpe?
Francesco da sempre vive in mezzo ai palazzi. Il suo concetto di natura coincide per estensione, profondità e significato con i giardinetti comunali del quartiere, quindi rimane affascinato da una tale apparizione.
Con la domanda si è guadagnato una nuova fetta di pubblico.
Per l'animale gli umani non sono una prima visione, ne ha già visti parecchi. Pur essendo consapevole dell'evidenza della cattiveria di chi non ha quattro zampe, o un paio di ali, sostiene lo sguardo, non si lascia intimorire, fissa la scimmia troppo evoluta con quell'aria di sfida alla: “vuoi una foto?”.
Francesco estrae il cellulare dalla tasca dei blue jeans. - Dove cavolo è il flash in 'sto coso? - striscia i polpastrelli sul display e, quando è soddisfatto, scatta la foto.
Vi giuro, prima di schiodarsi dalla scena, la volpe scuote la testa contrariata.
- Cosa stai facendo, torna qui o mi avrai sulla coscienza.
Francesco ha già perso l'interesse per il soggetto, pianta il naso nello schermo. Parte il secondo round con la quasi ex amante, stando bene attento di abbreviare la distanza iniziale.
Non è cattivo, vuole afferrarla prima dell'ultimo istante.
Cambia tattica e forza la mano. Si ferma qualche centimetro prima che un balzo recida la piacevole chiacchierata.


 - Guarda, la vedi? – gira l'elettrodomestico portatile ed esibisce l'ammasso di pixel scuri.
- Non si vede nulla - risponde lei.
- Ah, se uso un filtro, - Francesco rotea il polso e si riappropria del posto in prima fila, balla il tip tap con l'indice e il medio – cosa ne pensi?
Mostra l'immagine graficamente modificata.
Sembra una cartolina di un'estate marziana. Certo, con una buona dose di fantasia si possono vedere una coda e un paio di orecchie, ma la troppa sovraesposizione alla luce, così mi pare si dica, appiattisce l'inquadratura cancellandone i dettagli.
Eva non parla, scuote la testa e mette in moto i riccioli.
- Dammi retta, - Francesco cerca di distrarla dai propositi nichilistici - se la guardi bene la volpe la vedi eccome, te la mando?
- Lascia stare, il cellulare l'ho lasciato a casa. Inclina, – incalza lei, nel tentativo di focalizzare meglio lo scatto e scoprire se ci sia o meno un verso corretto per analizzarla.
Allunga l'indice per indicare la direzione.
Francesco equivoca, inclina sì, però dalla parte sbagliata.
Eva fa per prendere il surrogato telefonico delle relazioni sociali, ma finisce per essere lei quella presa.
Pericolo scampato, è finita la sceneggiata del “stasera mi butto”?
Quando mai. Eva strattona tanto quanto un coccodrillo alle prese con un elefante e riesce a liberarsi. Complice la temperatura corporea che tende a umidificare i palmi. Per l'occasione, il sudore è un buon lubrificante.


 - Non ci provare nemmeno, non mi puoi salvare - strilla senza pietà.
L'intenzione femminile funziona meglio di quella maschile. La volontà è donna, non si perde in chiacchiere e tende a diventare concreta.
Eva la smette di fare la piantina sospesa. Si arrampica sulla ringhiera, attorciglia le gambe alle sbarre. Non ha troppa fretta di farla finita, le nocche delle mani sono bianche per quanto stringono, se avesse qualche grammo in più di muscoli arriverebbe anche a deformare il metallo pur di non cascare, eppure si ostina a cercare l'uscita di scena.
- No, non farlo. - Francesco alza le mani, ha confuso un tentativo di suicidio con una rapina, ma non ha avuto il tempo di rendersene conto.
Nella foga lo smartphone è volato giù.
- Fottiti, dovevi pensarci prima. - In bilico tra l'asfalto e lo spiccare il volo, getta un'occhiata nel vuoto.
Le vertigini entrano dagli occhi e le sbranano lo stomaco.
Ondeggia, barcolla ma l'equilibrio l'aiuta a restare tra i vivi.
- Ti prego Eva, scendi di lì. - Per risultare convincente, cala le mani verso il suolo e inghiotte quel poco di saliva rimasta incastrata tra i denti, perché la bocca è più asciutta del deserto.
- Affacciati.
- Cosa?
- Ci sei o ci fai? Per andare con le altre capisci al volo. Ti ho detto di affacciarti, riesci a capirmi?
- Certo che ti capisco, ma perché dovrei farlo? - Arretra di un passo.
Un altro rumore incrina la notte, questo è diverso sembra uno scricchiolio. Proviene dalla Eva mobile, una Cinquecento gialla nuova di pacca.
Un'autovettura minuta tagliata su misura per lei.
Il Rodolfo Valentino del circondario volta il testone un paio di volte.
In verità, con la testa fa un giro giro tondo.



- Cos'hai?
- Un rumore, lo hai sentito?
- Ancora con 'sti rumori, non ho sentito niente, ora cosa vuoi fare? Vuoi fotografare la macchina, eh? Il tuo problema è che ti distrai troppo facilmente. Valeria con cosa ti ha distratto, le è bastato schioccare le dita?
- Ma, – abbozza colpevole – non ho più il cellulare.
- Il cellulare?
- Si, mi è caduto.
- La vuoi smettere di perdere tempo e ti decidi a fare quello che ti ho detto?
- Obbedisco – risponde intonando la propria intenzione alla camicia rossa che indossa.
- Cosa vedi?
- Cosa devo vedere?
Impegnato com'era a scrostarsi di dosso le ragazze, Francesco non è mai stato una cima nel decifrare le poesie, le metafore e le domande femminili.
A dire il vero, delle donne capisce bene i punti deboli per sfruttarli in vista dei suoi fini.
Lo so, non esistono soltanto il bianco e il nero, quindi non tiratela lunga con il grigio, ma alla fine due sono i tipi di uomini: i piantatori e i raccoglitori.
I primi fanno sbocciare una storia sana e robusta, gli altri non coltivano perché i frutti li raccolgono e basta.
Francesco è un raccoglitore, se capite cosa intendo.
- Non vedo nulla – prosegue, aspettando qualche indicazione.
Prima che Eva parli, nell'attimo in cui tace, sente una nuova serie di rumori fuori luogo.
Questi sono ovattati, intonano lo stesso accordo delle suole di gomma sull'asfalto.
- Aspetta un attimo, - solleva lo sguardo - se non hai sentito il rumore, come facevi a sapere che proveniva dalla macchina e che ne sai tu di Valeria? - Si volta, ma è troppo tardi quando vede la sorpresa.
Valeria sta correndo verso di lui. Tra i capelli e i vestiti neri, poco o nulla si vede del resto del corpo.  Il volto pallido a mezz'aria trasuda odio.
Quando Francesco si volta non deve ragionare troppo, capisce che le mani della terza incomoda sul suo petto non sono il preludio di una notte d'amore, ma uno spintone per scaraventarlo oltre la ringhiera.
Si sente leggero.
Se fosse una piuma, volteggerebbe nell'aria libero di vedere il mondo da una prospettiva diversa.
Sorride mentre precipita. - Almeno mi farò un bagno - si dice, per non pensare alla morte.
Mentre scende veloce al piano di sotto mette un urlo che nemmeno i polmoni di Tarzan potevano sognare.


 - Non è meglio se scendi da lì? - Valeria porge una mano e attende che Eva accolga l'invito.
La rossa accetta, appena tocca terra abbraccia la complice.
Tranquilli, niente di sessuale o giù di lì, si tratta di una morbida recinzione d'affetto.
- Ha avuto quello che si meritava – dice l'equilibrista, facendo un cenno verso la soluzione del problema.
- Lo amavo.
- Anch'io, ma ci avrebbe lasciate.
Esaurita l'adrenalina, l'esistenza torna a scorrere sui soliti binari. Quelli in cui l'omicidio non è una vendetta a caldo, ma un dettaglio che può farti finire per trenta anni nelle patrie galere.
Tanto per dire.
- Crederanno al suicidio?
- E perché non dovrebbero?
Terminato l'abbraccio a unire le due c'è un segreto in comune.
Eva torna dov'era, senza fingere di buttarsi. Mette gli occhi a fessura, poi: - guardalo, sembra uno che ha fatto un tuffo.
- Dici?- Valeria si accomoda per godersi lo spettacolo.
- La macchina abbandonata sul ponte, il cadavere spalmato sulle pietre, cos'altro può essere?
- Un delitto perfetto? - Valeria chiede quando riesce a distinguere i contorni del fu maschio alfa.
- Sai qual è il delitto perfetto?
- No.
- Quello commesso senza complici.
Eva non mangia spinaci a colazione, non ha la pelle verde. Gli basta una spintarella perché Valeria vada a tenere compagnia a Francesco.
Rimane sola quando la forza di gravità compie il suo dovere e le grida di lei spaccano quel poco silenzio che c’è intorno.
- Che teneri, marcite assieme e spero ne passi di acqua sotto il ponte prima di rivedervi sulle prime pagine dei giornali – dice, strofinandosi le mani.
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