lunedì 11 luglio 2016

Bollito duro.


La mattina è cominciata male. Qualcuno cerca di parlarmi prima del caffè, quello bevuto in fretta, aggrappato al bancone del bar. Il calendario blatera qualcosa in merito a maggio, ma fuori dalle vetrine c’è una pioggia che nemmeno a novembre.


“Mi scusi, sono passato in posta ma l’impiegata mi ha detto che è sbagliato” dice l’uomo, ficcandomi in mano quel dannato pezzo di carta, uno di quelli che servono per pagare le tasse.
Riconosco il foglio, non saranno passate nemmeno dodici ore da quando l’ho stampato. Senza aspettare indicazioni, getto l’occhio sul modulo e scopro che manca una x dentro a una delle mille caselline disponibili. Sarà rimasta incastrata nella stampante o in qualche antro oscuro del pdf, ma poco importa. Chiedo una penna allo spaccia caffeina di fiducia, creo dal nulla una x e la piazzo dove deve stare.


Per la cronaca, il tizio che ho davanti avrà più di ottanta anni e riesco a immaginare quanta fatica deve aver fatto per infilare un passo dopo l’altro e mettersi alle spalle giusto quel paio di chilometri che separano casa sua dagli uffici postali. Sia chiaro, è più lucido di me e ne ha viste di cose; si è fatto un pezzo di guerra, l’ha finita tra i monti sparando ai fascisti, ha seppellito troppo presto l’unico figlio che aveva e la moglie ha tenuto duro, ma saranno almeno venti anni che è entrata per l’ultima volta in chiesa.

E mentre mi passano davanti le immagini della sua vita, mi vedo l’impiegata ma… lasciamo perdere. Certo, non è pagata per sapere dove mancano le cose e come correggere le distrazioni altrui, ma contando che ne avrà fatti almeno la metà di un milione poteva sprecarsi e fare qualcosa di diverso che allungare le mani sui soldi non suoi.

Così, scatta il rimorso e, per riparare alla doppia Odissea a cui lo costringo, gli offro un caffè. Accetta e, vuoi per non restare in silenzio, iniziamo a chiacchierare. Mi dice che nell’ufficio ha visto uno di quei “robi” che servono per leggere, non rimane sul vago e mi dice pure il nome di battesimo del dispositivo elettronico, nato dalla corteccia di una foresta digitale.


Com’è come non è, finiamo a parlare di libri e scopro che ne ha letti più di quanti riesco a immaginarne. Il signore ci tiene a farmi sapere che “no, non ha studiato”, ma cita dei classici a memoria e dimostra pure di averli compresi tanto e meglio di molti laureati che mi ronzano attorno. Mi dichiara tutto il suo amore per i gialli e quando gli dico cosa sto leggendo, mi promette che lo leggerà anche lui per parlarne la prossima volta che ci incontriamo.
Il tempo stringe e l’orario dell’ufficio mi reclama, così lo saluto e inizio la mia giornata.

Credete sia finita qui? Ovviamente no. Dopo un paio di giorni, sempre prima del caffè, ho di nuovo il piacere della compagnia del venerando lettore. In mano ha un libro e me lo porge.
“Ho letto XY, bello ma provi questo.”
E mi infila fra le mani Il falcone maltese di Dashiell Hammett. Si tratta di una edizione del ’72, il fatto che sia un regalo per me rende quel libro una delle cinque cose più preziose sulla terra.
Ho provato a rifiutare, ma pare che non fosse un'opzione disponibile così, una volta tornato a casa, l’ho riletto tutto di un fiato.

Bene, non sto qui a riassumervi la trama o che ne abbiano tratto due film. Sono sicuro che in rete c’è chi è stato più bravo di me a farne una recensione con fiocchi e fiocchetti come critica letteraria comanda.
Allora, cosa sto a scrivere a fare?


Mi sembra che tra nuova e vecchia letteratura ci sia la stessa differenza che passa tra un modulo con o senza una stramaledetta x, se capite cosa intendo.
Ho come l'impressione che le trame oggi non funzionino se non ci sono tutte le x dove la tecnica esige.
Sempre più spesso vedo molta bravura e pochissimo cuore.
Dico io.

Negli ultimi anni sono stati scritti molti ottimi romanzi di genere noir, niente da dire, non attacco la solita solfa del "si leggeva meglio quando si scriveva peggio” o “qui una volta era tutto hard boiled” ma iniziano a sentire la nostalgia di quelle storiacce che iniziavano con le chiacchiere e finivano con i proiettili.

Sia chiaro, non mancano ottimi romanzi freschi di stampa ma sto iniziando a pensare di fare una bella sterzata verso il passato e tornare a frequentare gente del calibro di Hammett, Chandler, Crumley e Burnett.
Cosi, giusto per calare un poker d’assi con cui rifarmi da un paio di mani storte.

A cosa serve questo vaniloquio? A nulla o, forse, è il primo passo verso la rilettura di alcuni tesori dimenticati.

Detto questo, buona lettura gente.
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