venerdì 12 agosto 2016

C'era una volta il futuro.




"C'è un quadro di Klee che s'intitola 'Angelus Novus'. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L'angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l'infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta. "



Se prendiamo per vere le Tesi di filosofia della storia di Walter Benjamin, il futuro non ha in serbo per noi - o per la nostra discendenza - una società senza classi o una Federazione Unita dei Pianeti, ma un costante allontanamento dal Paradiso.
Come dire, mettiamoci l’anima in pace e continuiamo a precipitare tra le rovine, spinti da una tempesta che non accenna a finire. Se pensavate che un giorno ci sarebbe stata una redenzione umana, la possibilità di vivere in una giusta società, mi sa che avete sbagliato i calcoli o riposto male le vostre speranze.

La storia è una freccia ma non punta verso l’avvenire ma al cuore della catastrofe, alla faccia di tutti quegli illuministi che vedevano nel progresso un avvicinamento graduale e costante verso tempi migliori.

Così, come le galassie nella teoria del Big Bang, anche gli individui immersi nella storia sono condannati alla deriva. La memoria del passato più o meno recente indica la direzione e condanna ogni singolo a prevedere una parte del destino che lo attende.



Come dite, il libero arbitrio? L’uomo ha la possibilità di cambiare la propria direzione e, come un atomo di Democrito, può mettersi a giocare agli autoscontri e creare altre possibilità, migrando verso strani nuovi mondi?
Sfidare il fato non è cosa semplice, ma non impossibile quindi…

Quindi passiamo alla recensione de Il segno del Sale di Massimo Ansaldo. Il romanzo è ambientato a Campiglia, un “mucchietto di case” sul crinale di una collina di fronte al mare, diviso dall’odio che scorre tra le famiglie Roversi e Durante.
Un paese piccolo con grandi segreti che nella settimana santa è travolto da alcune misteriose morti.

Negli anni ’40, quando l’Italia è pronta a precipitare negli incubi della seconda guerra mondiale e vive una carenza di sale, grazie a una inaspettata scoperta, i due amici Mario Roversi e Giovambattista Durante avviano un lucroso commercio dell’oro bianco e fondano una confraternita per gestire al meglio la causa della loro ricchezza. Tutto sembra andare per il meglio, almeno sino a quando Giovambattista non viene assassinato e Mario accusato dell’omicidio.

Quasi ottant’anni dopo, Giuseppe Roversi ed Ermanno Durante sono ancora impegnati ad alimentare il rancore che li separa ma una manciata di sale umido sulle porte di casa di alcuni dei discendenti, lo stesso segnale usato per convocare gli adepti, ora è una condanna a morte, fa riaffiorare vecchi fantasmi e obbliga tutta la comunità a cercare una verità nascosta.

A deviare la traiettoria di Giuseppe ed Ermanno è Rossano Iurato, commissario aggregato alla giudiziaria della Questura di La Spezia, un uomo con la stessa flemma del Tenente Colombo che, con il suo “caos ordinato”, svela gli inganni del presente nella coppia ‘ndrangheta - appalti edilizi. L’intuito del poliziotto rilegge il passato, smaschera il colpevole e devia la traiettoria verso la catastrofe, creando nuove strane possibilità tra le due discendenze.



Una trama affascinante in cui i tempi della narrazione si sovrappongono e procedono di pari passo. Scritto con una cura particolare e una buona scelta per le parole adatte a una narrazione “bipolare”.
Il segno del Sale di Massimo Ansaldo, Leucotea Edizioni 2016, 234 pagine.
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