giovedì 28 settembre 2017

La sfida.



Per quel che ne sapevo poteva essere un putter. Non ci voleva un genio, tra le dimensioni ridotte e l’impugnatura di gomma zigrinata, la mazza dava l'idea di uno spillo fino per cucire qualche buca nel green.

Non aveva senso ammazzarsi di dubbi, così ero tornato indietro per piazzare una domanda semplice semplice, ma solo dopo aver scambiato la testa di Dario per una pallina. “Ehi Tiger Woods, questa che mazza è?”

“Chi sei, cosa vuoi da me?”

Saltai la mano, passai le risposte e lo lasciai cuocere nel suo brodo.

“Se mi lasci andare," manco a dirlo era sbiancato ma proseguì imperterrito a parlare, "ti do tutti i soldi che ho, tutti quelli che vuoi.”

Ottimista, pensava di cavarsela pagandomi. “Hai presente Sentenza ne Il buono, il brutto e il cattivo?” chiesi, giusto per fare un po’ di conversazione.

“No.”

Era chiaro che non avevamo gli stessi hobby, così mi limitai a ballare la sua musica. “Dove sono i soldi?”

“Nella cassaforte dietro al quadro, la combinazione è 29011976, la mia data di nascita.”

Intendeva la crosta appesa al muro, una roba sfocata di macchie gialle su sfondo blu/celeste, un guazzabuglio senza senso che tentava di imitare la “Notte stellata”.



Roteai come nemmeno un samurai poteva fare, poi un colpo secco sul ginocchio destro. Serviva per fargli capire che detesto quelli che non rispondono. Per limitare l’inquinamento acustico, gli avevo parcheggiato una mano sulla bocca.

“Questo è perché non hai visto il film, chiaro?" Ci tenevo a puntualizzare.

“Vuoi dirmi che mazza è questa?”

Sbavava sul palmo delle lacrime, saliva e l'immancabile “ti prego, lasciami andare.”

“Ascoltami: per quanto ti può interessare, mi hanno già pagato. Allora?”

“Putter, è un putter, serve nel green.”

Avevo un futuro nel golf.

 *

Caro Daniele,

la sera in cui ti ho conosciuto ero ubriaca persa, ma ormai non me ne vergogno più e sai perché? Se fossi stata sobria, non avrei mai avuto l’occasione di parlarti.

Romina mi racconta sempre come è andata…

Cercavo la macchina all’uscita del Fun Club e, dopo parecchi cuba libre, ero un po' confusa. Credevo di aver lasciato l'auto nel distributore. Quando ti ho visto fare benzina, mi è attaccato di correrti incontro e accusarti di avermi rubato l’auto.

Tu avevi una Clio blu, io una Cinquecento rossa.

Ero davvero fuori.

Ti ricordi, vero?

E tu cosa hai fatto? Ci hai guardato, hai sorriso e hai detto: “dici? Allora prendila, è tua.”

Mentre io guidavo la macchina spenta, tu e Romina avete trovato l’auto.

Il mattino dopo nella borsa ho trovato il tuo biglietto.

“Se pensi ancora che la mia auto sia tua, telefonami allo….” E c’era il tuo numero di telefono. Ringrazia Romina, è stata lei a dirmi che valevi una chiamata.

*

Per via del dolore, Dario vibrava sulla poltrona di pelle verde. Per quanto era sbiancato sembrava un fiocco di panna moscia spiaccicato su una mela acerba.

Guardavo lo spettacolo di mobilio costoso sparso in giro per l'appartamento e pensavo: una casa aliena, ecco cosa mi suggeriva tutta quella foresta di vetro e metallo parcheggiata a cazzo nelle stanze.

Abbandonato il proposito di indovinare dove fosse l'indispensabile per il fai da te, chiesi: "hai della corda in casa?"

“S-si, ne ho.”

“Vuoi essere così gentile da indicarmi dov’è?”

“A cosa serve?”

In fondo aveva il diritto di sapere.

“Per legarti ed evitare che tu possa scappare,” passato il putter nella sinistra, con la destra eseguii la magia di far sbucare una pistola. “Sai, dobbiamo parlare e questa mi serve nel caso in cui tu abbia ragione e io torto.”
*

Mi sembra di essere un'adolescente, sono qui che ti penso e ti scrivo una lettera per ricordarti come ti ho conosciuto. Magari, prima di dartela, la riempio di cuoricini, che ne dici?

Quante cose sono cambiate da quando ci siamo conosciuti. Ero incastrata in una vita che non era la mia. Sentivo il dovere di essere grande, di sposarmi, di fare un figlio e di arrivare alla pensione. Ma non c’è più un lavoro che sia un lavoro, i matrimoni durano sempre meno, i figli vanno amati non sfornati, la pensione… la pensiocosa?

La tua presenza mi ha strappata da questi schemi e mi hai fatta sentire speciale.

Avevo scambiato l’abitudine per sicurezza, poi sei arrivato tu.
*




Dario non aveva della corda in casa, era più un tipo da spago.

Poco male, com'è che si dice in giro? Esatto, fai quello che puoi con quello che hai.

Mai stato il maestro dei nodi, ma facevo attenzione a stringere il più possibile per far sprofondare il nylon nella carne.

Finito di vestire a festa Dario il salame, vidi che pascolavo su di un meraviglioso tappeto pakistano.

Quante cose sfuggono quando si è troppo occupati. Finisce che se non stai attento ti scivola tutta la vita sotto il naso.

Sfondo rosso sangue, disegni geometrici a tinte bianche e azzurre. I colori della vita, della purezza e dell'anima intrappolati in parecchi metri di lana.

Per meglio godere dello spettacolo, spostai un maledetto tavolino a forma di bicchiere.

“Quanto sei alto?” chiesi, appoggiandomi sul pelo per apprezzarne la trama.

“Uno e settanta." Cercò di capire cosa stessi combinando. "Non vorrai mica arrotolarmi lì dentro?”

"No, saresti sprecato. Secondo me con l’affettato ci vuole sempre il pane, non la piadina."

"Eh?"

"Lascia stare, ora che te la spiego non fa più ridere." Passata la mano contropelo, i colori divennero più cupi. “Quando fanno uno di questi, i tessitori inseriscono sempre un difetto. Perché non vogliono competere con Dio, credono che la perfezione sia una prerogativa divina. Questa storia mi fa pensare ad Aracne, quella delle Metamorfosi di Ovidio. Hai capito cosa intendo?”

Dario rimase sospeso nel silenzio.

Con la coda dell’occhio vedevo che si dava un gran da fare per liberarsi. Gli appoggiai il ferro sui testicoli. “Questa non è un’interrogazione, non lo faccio per darti un voto.”

Dario sembrava fatto di maiolica, bastava un buffetto per ridurlo in cocci.

“Non hai capito, vero? La morale è che la disgrazia coglie chi osa sfidare Dio.”
*



Non ti ho mai ringraziato abbastanza per quello che hai fatto. Ogni volta che tentavo di farlo, attaccavi con il solito "non ho fatto nulla di speciale", anzi insistevi nel dire: "quella speciale, tra i due, ero io."

Ogni volta ripetevi di non avere alcun merito. Ma sai cosa ti dico signor "non ho meriti"?

Voglio invecchiare insieme a te, ma devi fare di me una “donna onesta”.

Non puoi ancora tirarla per le lunghe, quindi devo chiedertelo io: mi vuoi sposare?

*

Dario Denetti è un architetto di grido, nel senso che strilli quando vedi quanti zeri riesce a infilare su una fattura. Comunque, al netto di tutto ciò che può comprare, è solo un ultra quarantenne con l'occhio di lince, la pancia da palestra e le voglie di un quindicenne.

“Vedo che hai viaggiato molto.” Condii le parole con un cenno verso una foto, era solo e in tenuta estiva sulla grande muraglia. “Esiste una signora Denetti?”

Dario scosse il capo e mi offrì, di nuovo, dell’altro denaro.

Pensai a cosa avrei potuto fare con qualche euro in più. “Quanto hai nella cassaforte?”

“Ci sono più di ventimila euro, ma posso dartene altri se mi lasci fare una chiamata…”

Spezzai le chiacchiere con un gesto.

“ Bastano per pagare un bel matrimonio, ma non hai ancora risposto alla domanda, dimmi: sei sposato?”

“No, perché ti interessa?”

“Io potevo esserlo, ma grazie a te sono rimasto single.”

“Allora tu sei Daniele. Non volevo, è sbucata all’improvviso. Non sono riuscito a evitarla, anche al processo. Tu non c’eri al processo. Ma lo hanno detto, non è stata colpa mia, è stato un incidente.”

Gli scaldai le guance con un giro di schiaffi.

Mi piantò gli occhi addosso: “non so cosa fare, non è colpa mia, è andata così." Masticava amaro, si era reso conto di aver detto una sciocchezza di troppo. "Farei qualunque cosa per cambiare il passato," ora provava a indorare la pillola, " farei qualsiasi cosa, ma non si può, credimi.”

“Dici?”
*



Si, ho fatto il primo passo. Secondo me eviti di infilarti l'anello al dito per non sentirti vecchio, vuoi restare libero… non ho mai creduto alle palle che sei contro le tradizioni borghesi e tutto il resto.

Conviviamo da tre anni, ormai non dovresti avere più paura di me.

Dai, sarai un ottimo marito.

Ti Amo

Elena.

*

"Ho capito cosa vuoi fare," prese fiato, "e se lo farai, ti capisco." Devo dire che s’era calato nella parte del saggio davanti al plotone, mi aveva quasi convinto.

Gira che ti rigira eravamo arrivati al buono, dovevo brindare alla memoria di Elena. "Sai come si fa un cuba libre?" chiesi, mentre perquisivo un improbabile mobile bar.

"Rum, cola e lime, " abbozzava mentre pensava alle dosi.

"Qui hai solo questo," tirai fuori una bottiglia targata caraibi e mi versai del rum, molto rum. Colore ambrato, odore secco. Andava giù che era un piacere ma bruciava dalla gola sino alle budella.

Mai bevuto in vita mia.

Avevo bisogno di trovare nell'alcool un po' coraggio per uccidere un uomo. Non era una cosa che facevo tutti i giorni.

Presi la lettera dalla tasca e la mostrai a Dario.

“Quel giorno, prima di sapere, ho trovato questa sul tavolo. Te la leggo, è molto interessante." In principio fu la bocca impastata, ma niente che non potevo tenere a bada.




Caro Daniele, la sera in cui ti ho conosciuto ero ubriaca… e via dicendo, ma dallo stomaco mi bussava il rum. Credo che prese anche un paio di volte l’ascensore ma non ricordo troppo bene, ero così allegro e leggero.

Volevo far festa.




Quando vidi la macchia di vomito sulla mia maglia, capii tutto. Un cerchio alla testa piuttosto stretto mi tormentava e mi impediva di tenere gli occhi aperti. Una crosta sul labbro, forse mi ero messo a baciare il tappeto. Non ero all’Hilton, niente suite di lusso, solo una stanza grigia spoglia da ogni comfort e con delle robuste sbarre nere al posto di una parete.

Appena riuscii a guadagnare la posizione eretta, sbucò un carabiniere.

“Tenente, si è svegliato.”

“Portalo qua,” disse una voce diversa, modulata sulla frequenza degli ordini.

In quel momento ho sentito Dario urlare: “dovete metterlo in galera e buttare via la chiave.”

I perfetti piani dell’Altissimo non mi andavano bene, così ho tessuto la mia trama perfetta per sfidare Dio.

Ho perso e la disgrazia mi ha colto.

Io che ero così ateo e così astemio.
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