lunedì 5 febbraio 2018

E chi chiamerai?



Mettetevi l’anima in pace, evitate battute di spirito e sappiate che i fantasmi esistono. Credo sia impossibile valutare l’esatta entità dei danni che procurano ogni giorno e di come stiano dissanguando il tempo presente. No, non sono diventato più matto del solito, siete voi che vi sbagliate perché vi ostinate a cercare nella notte una messa in scena di figure sbiadite, lenzuoli e catene ma, prima che chiamiate la neuro per farmi tornare a casa, meglio se mi spiego.

Negli anni Ottanta ho avuto un’età compresa tra i quattro e i quattordici anni e, quando non mi annoiavo a scuola, pedalavo con la bicicletta per uscire con gli amici. Oltre al calcio, una malattia che infesta il gene italico, anch’io giocavo ai primi giochi di ruolo e smanettavo sui videogames. Insomma, con trenta anni d’anticipo vivevo più o meno come uno dei protagonisti di Stranger Things.


Tranquilli, sto per arrivare ai fantasmi, manca davvero poco.

La serie tv citata è solo la punta dell’iceberg, ci sono troppi altri esempi in cui i classici vengono riattualizzati a suon di dollari a Hollywood e la musica non è davvero originale ma un’eco di quanto già sentito.

Questo ritorno al passato mi fa sempre venire in mente la “storiella” della discesa di Ulisse agli Inferi, ve la ricordate?

Per mettersi a parlare con i morti deve dar loro del sangue, lo stesso cibo che i vampiri devono succhiare per sembrare vivi. Senza restare incastrati nella barba di Freud, potrei mettermi a scrivere che questo elemento rappresenta la vita.

Ed eccoci arrivati ai fantasmi. Se ci guardiamo un attimo attorno, è facile notare come e quanto molte delle nostre speranze non siano puntate verso il domani che verrà ma indirizzate a una sterile riproposizione di quanto è stato. Sprechiamo vita e tempo per riavere ciò che non ci sarà mai più.

Stiamo sacrificando l’attuale per nutrire l’ormai trascorso, siamo i migliori complici nella vendetta del morto sul vivo perché ci lasciamo dissanguare non per scacciarlo ma per essere sempre più simili a lui.

E chi chiamerai?


No, i Ghostbusters per quanto simpatici ed efficaci non servono a nulla. L’unico in grado di individuare subito questa minaccia è il malinconico, non avrebbe alcuna difficoltà a vedere le scorie della storia che ritornano, però potrebbe essere utile quanto un gatto nelle sedute spiritiche perché, secondo la tradizione dell’occulto, non è un animale affidabile in presenza di eventi paranormali; potrebbe mettersi a fare le fusa anziché controllare che la presenza indesiderata non varchi la soglia.

Non si può vivere di ricordi né esistere nell’attimo. Bisognerebbe essere così abili da mescolare al punto giusto i due ingredienti e volgere lo sguardo al futuro senza incenerirsi per la troppa speranza.

Il fantasma di San Michele è il nuovo romanzo di Alessandro Reali edito da Fratelli Frilli Editori. Questa volta Sambuco e Dell’Oro vengono assunti dall’anziana Alda per indagare sulle circostanze della morte del marito e scultore Gianni Malatesta. Per le autorità si tratta di un decesso dovuto a cause naturali ma alcuni testimoni riportano di avere visto un’ombra vicino all’uomo mentre passeggiava attorno alla basilica di San Michele.


Un’indagine che oscilla tra la ricerca di un omicidio - se mai c’è stato - e il disperato tentativo di riscoprire il passato della persona cara per mantenerne viva la memoria.

Il punto di forza è la scrittura con cui Reali narra la storia. Si tratta di uno stile avvolgente, mai impostato al minimalismo ma in grado di essere totalizzante; l’autore avvolge il lettore fornendogli come unico punto di riferimento i due protagonisti. Scivola nell’intimità dei pensieri e delle emozioni del malinconico Gigi Sambuco, colpito da una tragedia e perso a nutrire qualche fantasma di troppo, e dell’epicureo Selmo Dell’oro sempre pronto a quantificare il maggior numero di piaceri possibili. Sono tra loro complementari e questa tensione è la spinta che risolve i casi e dona alla trama differenti velocità ma senza diventare una turbolenza, una di quelle in cui si rischia di precipitare nella noia o nell’abbandono del libro sul comodino.

L’universo narrativo è solido, perdura nei diversi romanzi pubblicati e Reali ha il merito di riuscire a far svanire i bordi della narrazione come la nebbia fa con il profilo di Pavia.

Direi che sì, mi è piaciuto e ne consiglio la lettura magari recuperando anche i precedenti.
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